di Giuseppe Gagliano –
Le proteste della Giornata della Gioventù hanno riportato in strada centinaia di venezuelani a Caracas e nelle principali città del Paese. Cortei per lo più pacifici, ma politicamente carichi: chiedono libertà per i detenuti politici e mettono alla prova l’esecutivo guidato da Delcy Rodríguez. Sono le prime mobilitazioni di rilievo dopo la cattura di Nicolás Maduro del 3 gennaio e dopo un biennio di repressione che aveva svuotato le piazze. Il nuovo corso ha già concesso qualcosa: centinaia di liberazioni, ipotesi di amnistia, maggiore tolleranza verso le manifestazioni, revisione delle norme energetiche per aprire agli operatori stranieri. Ma l’opposizione avverte: senza una data per elezioni libere, la transizione resta una parola vuota. Il potere reale, nei ministeri e negli apparati di sicurezza, appare in larga parte nelle stesse mani di prima.
Il riavvicinamento con Washington passa dal petrolio e dal gas. La visita del responsabile statunitense per l’energia ha promesso investimenti e ha preceduto nuove autorizzazioni che facilitano contratti e operazioni delle grandi compagnie occidentali con l’ente petrolifero statale venezuelano. Per Caracas è ossigeno finanziario e tecnico; per gli Stati Uniti è leva politica e strumento per governare i flussi energetici. Resta aperta la questione dei pagamenti in greggio per chi produce gas destinato al mercato interno e alla generazione elettrica: un nodo che intreccia sanzioni, sicurezza energetica e stabilità sociale.
I mercati del debito hanno reagito: i titoli venezuelani sono risaliti dai minimi storici, segnale di scommesse su una normalizzazione. Ma il fardello resta enorme: anni di mancati pagamenti, interessi accumulati e contenziosi arbitrali hanno gonfiato l’esposizione complessiva. Un riconoscimento politico pieno da parte di Washington aprirebbe la porta a ristrutturazioni ordinate, ma richiede fiducia nella continuità delle riforme. Il rischio è un rimbalzo fragile, legato al prezzo del petrolio e alla durata delle aperture politiche.
Gli eventi del 3 gennaio hanno mostrato che la dimensione militare resta sullo sfondo come fattore di pressione. La presenza e la prontezza statunitense nei Caraibi funzionano da deterrente e da segnale agli attori interni. Per il governo provvisorio, ridurre la conflittualità interna e garantire continuità produttiva nei giacimenti è anche una misura di sicurezza nazionale: meno instabilità significa meno giustificazioni per interventi esterni e più margine negoziale.
Il Venezuela possiede riserve energetiche tra le più vaste al mondo: è una ricchezza che attrae e condiziona. La strategia attuale sembra puntare a scambiare aperture economiche con riconoscimento politico e alleggerimento delle sanzioni. Ma ogni concessione verso Washington ha un costo interno, perché alimenta il sospetto di una sovranità contrattata. Al tempo stesso, rinviare le elezioni dopo le scadenze politiche statunitensi potrebbe essere un modo per guadagnare tempo e consolidare il controllo.
Le piazze chiedono segnali irreversibili, gli investitori chiedono regole stabili, gli alleati chiedono affidabilità. Senza un calendario elettorale credibile e senza garanzie sul pluralismo, le riforme rischiano di apparire tattiche. Se invece le aperture economiche saranno accompagnate da passi politici verificabili, il Paese potrebbe avviare una lenta ricostruzione di fiducia. In gioco non c’è solo il futuro di un governo provvisorio, ma la possibilità per il Venezuela di trasformare il petrolio da maledizione ciclica a leva di stabilità.




