di Giuseppe Gagliano –
A poche ore dall’insediamento, lo staff del presidente eletto Donald Trump ha fatto sapere che è in agenda un cambio di regime in Venezuela, con Nicolás Maduro al centro del mirino. La cosa getta benzina sul fuoco di una regione già tormentata da tensioni politiche, crisi economiche e instabilità sociale. Le accuse contro Maduro non sono nuove: elezioni contestate, incarcerazioni di oppositori politici e, ciliegina sulla torta, la presunta minaccia di invadere Porto Rico. Un quadro che, agli occhi di Washington, dipinge Maduro come un dittatore da rimuovere a ogni costo.
Ma l’obiettivo di un cambio di regime, evocato dallo staff di Trump, apre una serie di scenari strategici e politici tutt’altro che lineari. Da un lato, il riferimento al destino del siriano Bashar al-Assad – recentemente deposto – suona come un avvertimento. Dall’altro, l’amministrazione precisa che non è detto che si ricorra a un intervento militare. È un gioco di equilibri, fatto di minacce velate e segnali di apertura, che riflette l’ambiguità tipica di operazioni del genere.
Il Venezuela, con le sue enormi riserve petrolifere, è ben più di una crisi locale. È un tassello importante nel mosaico geopolitico globale, in cui si intrecciano gli interessi di potenze come Russia e Cina, entrambe vicine a Maduro. Un’azione americana troppo aggressiva rischierebbe di trascinare la regione in un confronto diretto tra blocchi. Mosca e Pechino non resteranno certo a guardare mentre Washington tenta di smantellare uno dei suoi alleati strategici nell’emisfero occidentale.
Sul piano interno, per Trump, la questione venezuelana rappresenta un’occasione d’oro per galvanizzare la sua base elettorale, in particolare gli elettori cubano-americani e venezuelano-americani in Florida. Presentarsi come il presidente deciso a combattere il “socialismo corrotto” è una narrativa che funziona, soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione politica negli Stati Uniti. Ma la realtà è più complicata. Qualsiasi errore – un intervento militare fallimentare, un’escalation non calcolata – potrebbe trasformare questa retorica in un boomerang politico.
E poi c’è il Venezuela stesso. Un cambio di regime non è un’operazione chirurgica, ma una lotta che coinvolge equilibri interni complessi: un’élite militare ancora fedele a Maduro, una popolazione esausta da anni di crisi, ma anche frammentata e divisa. Imporre un cambiamento dall’esterno rischia di aggravare il caos, lasciando il paese preda di una destabilizzazione ancora più profonda.
In questo contesto, la dichiarazione dell’amministrazione Trump appare come un messaggio pericolosamente semplice per un problema straordinariamente complicato. La storia recente insegna che i cambi di regime, quando guidati dall’esterno, raramente portano a risultati stabili e positivi. Le cicatrici di Iraq, Libia e Siria sono ancora fresche.
Maduro è senza dubbio un leader screditato, ma la domanda che Washington dovrebbe porsi non è come rimuoverlo, ma cosa verrà dopo. Un Venezuela post-Maduro potrebbe finire per essere un campo di battaglia tra fazioni rivali, con la popolazione come prima vittima. E allora, forse, la vera sfida per gli Stati Uniti non è “cambiare il regime,” ma trovare una strategia che affronti le cause profonde della crisi venezuelana senza ripetere gli errori del passato.




