di Giuseppe Gagliano

Lo schieramento della portaerei USS Gerald R. Ford e del suo gruppo d’attacco al largo delle coste sudamericane segna un’evidente escalation strategica da parte degli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump. Presentata ufficialmente come un’operazione per contrastare il narcotraffico, la mossa rivela in realtà un calcolo geopolitico più ampio: riaffermare la presenza militare americana in una regione dove negli ultimi anni l’influenza russa e cinese è cresciuta sensibilmente. L’ordine, annunciato il 24 ottobre, prevede il trasferimento della portaerei dall’Adriatico all’area operativa del Comando Meridionale degli Stati Uniti, con un significativo rafforzamento della capacità navale vicino al Venezuela e ai Caraibi.

Il dispiegamento comporta l’arrivo di oltre 4mila militari aggiuntivi e di nove squadroni di caccia, portando la presenza totale statunitense nella regione a più di 10milla effettivi. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha paragonato la missione alla “guerra al terrorismo” post 11 settembre, definendo i cartelli della droga una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. Washington ha già condotto almeno dieci attacchi contro imbarcazioni sospettate di legami con Tren de Aragua, organizzazione venezuelana definita “terroristica” dagli USA.

La reazione di Nicolás Maduro è stata immediata. Caracas ha denunciato l’operazione come un tentativo di destabilizzazione e di pressione per forzare un cambio di governo. Le forze armate venezuelane hanno avviato esercitazioni difensive lungo la costa, presentando la missione americana come una minaccia diretta. La Casa Bianca starebbe valutando anche operazioni contro le infrastrutture interne del narcotraffico, aumentando il rischio di un’escalation.

Negli Stati Uniti la decisione ha acceso il dibattito sui poteri presidenziali. Il senatore democratico Andy Kim ha espresso preoccupazione per l’assenza di un’autorizzazione legislativa chiara e per il rischio di un coinvolgimento prolungato. Al contrario, il deputato repubblicano Mario Diaz-Balart ha sostenuto con entusiasmo la scelta, definendola necessaria per difendere la sicurezza nazionale.

Gli esperti non sono unanimi. Secondo Elizabeth Dickinson, analista di International Crisis Group, la missione antidroga potrebbe essere soprattutto un pretesto per riaffermare la potenza americana: “Il messaggio è che Washington è pronta a usare la forza contro chi non si allinea ai suoi interessi strategici”. Anche fonti diplomatiche latinoamericane confermano questa percezione: “La droga è solo una scusa, e lo sanno tutti”.

L’operazione invia così un segnale che va oltre il Venezuela. In un contesto globale segnato da rivalità crescenti, gli Stati Uniti intendono ribadire la loro supremazia strategica nell’emisfero occidentale. Resta da capire se questa sarà solo una dimostrazione di forza o l’inizio di un coinvolgimento militare più profondo e rischioso per la stabilità regionale.