di Guido Keller –
La due giorni di incontri Ue-Turchia sulla questione dei migranti è iniziata con Ankara che ha sostanzialmente chiesto più fondi, addirittura 3 miliardi. L’indiscrezione, poi confermata, è venuta da fonti citate dal Financial Times e fanno paventare il fallimento dello stesso vertice, poiché già a novembre era stato concordato un assegno da 3 miliardi di euro (250 milioni la quota dell’Italia), il riavvio dei processi di adesione all’Ue e la sospensione dei visti per i cittadini turchi in area Schengen in cambio, sostanzialmente, di trattenere i migranti entro i propri confini.
La Turchia ha motivato la richiesta adducendo i costi per le spese sanitarie e l’istruzione dei minori, un supplemento in base al quale – come ha affermato il premier turco Ahmet Davutoglu – “La Turchia è pronta a lavorare con l’Ue e anche ad essere un membro dell’Ue”, dal momento che “Siamo tutti colleghi che lavorano insieme, gomito a gomito, per il futuro del nostro continente”.
Arrivando al vertice Davutoglu ha spiegato che “Torno a Bruxelles per il secondo vertice Ue-Turchia in tre mesi, cosa che dimostra quanto la Turchia sia indispensabile per l’Ue e viceversa. Abbiamo molte sfide davanti a noi e l’unico modo per rispondere è la solidarietà, la solidarietà nel nostro continente. Dobbiamo guardare all’intero quadro del nostro continente, non solo all’immigrazione irregolare. Sono contento che oggi tra i leader europei ci sia una consapevolezza molto più intensa dell’importanza di queste sfide”.
“Ieri – ha continuato – abbiamo avuto un incontro molto fruttuoso con la cancelliera Angela Merkel e con il premier olandese Mark Rutte, siamo tutti colleghi. Sono sicuro che queste sfide verranno risolte attraverso la cooperazione. Spero che questo summit si focalizzi non solo sull’immigrazione irregolare, ma anche sul procedimento di accesso della Turchia all’Ue”.
Anche la tedesca Angela Merkel ha indicato che il problema dei profughi prevede una “soluzione sostenibile da ricercarsi assieme alla Turchia”, ovvero per arrivare ad una riduzione dei flussi che interessi “tutti i paesi, compresa la Grecia”.
Per il cancelliere austriaco Werner Faymann è necessario “dire a tutti chiaramente che chiuderemo tutte le rotte, anche la rotta balcanica”, poiché “Per molti è stato troppo facile lasciar entrare gente, condurla dentro. Più chiaramente opponiamo resistenza, meglio sarà”. Nelle scorse settimane sono arrivate da Bruxelles critiche a Vienna per la decisione di reintrodurre i controlli alle frontiere, anche a quelle con l’Italia.
A Bruxelles i vari paesi della Casa comune arrivano tuttavia portando anche le proprie osservazioni e le proprie rigidità, tanto che il britannico David Cameron ha sottolineato sempre in punta di Brexit che Londra non aderirà mai ad un piano di redistribuzione dei profughi, per quanto non vi sia “un opt out solido come una roccia”. Pur riconoscendo che “è importante aiutare l’Europa ad assicurare il suo confine esterno, ed è per questo che stiamo mandando le navi britanniche”, “Noi non siamo in Schengen abbiamo il nostro confine, per cui i migranti che arrivano in Europa non sono in grado di entrare da noi”.
Per il greco Alexis Tsipras quello dei migranti “è un nostro problema comune, un problema europeo, per cui dobbiamo trovare soluzioni comuni”. “Semmai – ha rilevato – ci sono accordi che non sono stati implementati, e questo è un problema. Se ci sono accordi che non vengono implementati, non ci sono affatto accordi”. Permangono sulla contrarietà a ridistribuire i profughi i paesi del Visegrad, capeggiati dalla Polonia.
Francois Hollande ha ribadito la necessità di “assicurare le frontiere esterne”, ma anche, alla luce degli accordi con la Turchia, “che vi sia una vigilanza estrema in materia di libertà di stampa”, con evidente riferimento ai fatti del quotidiano Zaman.

