di Enrico Oliari –
Gli Stati Uniti hanno posto il veto alla proposta di risoluzione presentata dalla Giordania e sostenuta dalla Francia in cui veniva chiesta “una giusta, durevole e globale soluzione pacifica” al conflitto israelo-palestinese con un ritiro israeliano ai confini del 1967 entro il 2017.
La Giordania rappresenta i palestinesi all’Onu ed al momento siede al Consiglio di Sicurezza in quanto subentrata all’Arabia Saudita, che aveva rifiutato il proprio turno; ospita circa 2 milioni di palestinesi fuggiti dall’occupazione israeliana, di cui 304mila in 10 campi profughi.
La proposta di risoluzione è stata appoggiata dalle 22 delegazioni arabe, ma il voto al Consiglio di Sicurezza ha visto otto “sì”, Argentina, Lussemburgo, Ciad, Cile, Giordania, Russia, Francia e Cina, due “no” da parte di Stati Uniti e Australia, e cinque astensioni, ovvero Regno Unito, Lituania, Nigeria, Corea del Sud e Ruanda.
I rappresentanti di Washington hanno spiegato di non poter sostenere il progetto perché non costruttivo e non impostato in modo da garantire le esigenze di sicurezza di Israele, posizione che si sovrappone a quella espressa dal premier Benjamin Netanyahu a Roma lo scorso 14 dicembre quando, incontrando Matteo Renzi e il Segretario di Stato Usa, John Kerry, ha affermato che “Israele respinge tentativi di assalti diplomatici, attraverso decisioni dell’Onu, per costringerci ad un ritiro entro i confini del 1967 in 2 anni”, poiché porterebbe gli “estremisti islamici nei sobborghi di Tel Aviv e nel cuore di Gerusalemme”.
In realtà il voto al Consiglio di Sicurezza ha dimostrato quanto poco autentico sia stato l’impegno messo da John Kerry nella politica dei “due popoli, due stati”: alla prova dei fatti i numerosi viaggi e le molte riunioni del capo della diplomazia Usa, in Giordania da Abu Mazen e in Israele da Netanyahu, sono svaniti come neve al sole delle lobby filo-israeliane statunitensi e delle pressioni esercitate dall’alleato mediorientale.
Ai primi di dicembre il governo israeliano si è spaccato sulla proposta di legge volta a considerare Israele una “nazione ebraica”, per cui le “colombe”, cioè il ministro delle Finanze Yair Lapid e la responsabile della Giustizia, Tzipi Livni, sono entrate in collisione con la destra radicale dei “falchi” di “Focolare ebraico” e di “Yisrael Beitenou”, con esponenti del calibro dei ministri degli Esteri, Avigdor Lieberman, e dell’Edilizia Uri Ariel, aprendo così la crisi di governo.
I continui annunci, espressi con cadenza settimanale, della costruzione di centinaia o addirittura migliaia di nuovi alloggi nei territori palestinesi e a Gerusalemme est hanno spinto l’Unione Europea ad adottare misure nei confronti delle società e delle organizzazioni israeliane che operano nei territori occupati, come pure le banche danesi, l’olandese Pggm e la tedesca Deutsche Bank, hanno incluso la banca Hapoalim israeliana nella “black-list”; di recente vi è stato lo storico riconoscimento della Palestina da parte della Svezia e, in questi casi non vincolante, delle Camere basse di Spagna, Francia, Portogallo e Gran Bretagna.
E’ ancora presto per immaginare le reazioni al voto di oggi, il quale rappresenta un duro colpo a chi sperava (forse utopicamente) che in quel lembo di terra martoriata le cose si sarebbero sistemate una volta per tutte: domani sarà come oggi, e oggi è stato come ieri, con i sassi e i razzi da una parte, e i caccia e i carri armati dall’altra. Perché, in fin dei conti, a chi spera in uno “stato ebraico“, tutto ebraico, ci volessero anche mille anni, va bene che le cose vadano in questo modo.

