di Enrico Oliari

Il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi e il presidente dello yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi, si sono incontrati a Sharm el-Sheik a margine della conferenza della Lega Araba per discutere della crisi in corso nello Yemen, dove i caccia di Riyad sono entrati in azione contro i ribelli sciiti houthi, i quali, sostenuti dall’Iran, lo scorso 27 gennaio hanno preso il controllo del potere rovesciando Hadi.

Il golpe di gennaio è arrivato dopo che per mesi gli houthi hanno chiesto invano alcuni riconoscimenti, come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal di Hajja e dei governatorati di al-Jaw; vistisi negare le richieste, hanno preso d’assedio la capitale.

Il dato saliente che è risultato da Sharm el-Sheik è che l’azione militare condotta dall’Arabia Saudita continuerà fino alla sconfitta degli houthi e al ripristino dell’ordine e della pace, in realtà concetti, questi, astratti in un paese perennemente in lotta fra tribù quando non con al-Qaeda Aqpa, che lì ha la sua base.

Hadi ha lanciato un appello alla popolazione affinché venga portato “sostengo alla legittimità” del suo governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ed ha sottolineato che “quanto sta accadendo in Yemen è un colpo di Stato degli Huthi e dei loro alleati all’interno e all’esterno del Paese”, con evidente allusione a Teheran. Il concetto è stato ripreso dal presidente egiziano, che ha parlato di “situazione in Yemen dovuta ad interventi stranieri che cercano di inoculare il virus dello Yemen in tutto il corpo arabo”. “La situazione nello Yemen – ha spiegato al-Sisi – è divenuta così grave da rendere l’intervento arabo inevitabile” e da “attentare alla sicurezza araba comune”, per cui “l’avvenire” del Paese “è legato alle nostre risoluzioni”.

Per Salman bin Abdulaziz l’Arabia Saudita “apre le porte a un dialogo tra tutte le parti politiche in Yemen”, ma “i leader golpisti devono tornare alla ragione”. Il sovrano saudita ha anche proposto che, viste le continue tensioni e “la dolorosa realtà vissuta dagli arabi”, è necessario che il Medio Oriente diventi una “zona denuclearizzata”, con allusione diretta all’Iran, le cui trattative sul nucleare con il “5+1” sono quasi aggiunte al termine.

Sul piano militare continuano gli attacchi aerei di “Tempesta risolutiva”, nome dell’operazione a regia saudita, e le fonti riportano che ad Aden, roccaforte di Hadi, gli scontri hanno portato a 54 morti e a 187 feriti in soli tre giorni. Ad essere distrutti sono convogli militari, depositi di munizioni e piste aeroportuali, dove ieri sono stati distrutti quasi tutti gli aerei houthi. Riyad ha provveduto ad evacuare dal paese decine di diplomatici e molti stranieri.

Da Washington il presidente Barak Obama “ha riaffermato la solida amicizia tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita ed ha insistito sul sostegno degli Usa all’azione condotta dall’Arabia saudita” e dai suoi alleati nello Yemen.

Va detto che l’operazione torna a vantaggio dell’Arabia Saudita, negli ultimi anni in perenne lotta con il Qatar per contendersi il ruolo di interlocutore con l’occidente: si tratta di uno scontro che si è tradotto nei vari scenari, specialmente in Egitto ma anche in Siria e in Libia, con conflitti e bruschi cambi di potere.

Nonostante il quadro di crisi, che vede quasi tutti gli attori contro gli houthi, l’Onu continua a spingere per una soluzione diplomatica, ed il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, presente al vertice della Lega Araba, ha dichiarato che “I negoziati, facilitati dall’inviato speciale Jamal Benomar e sostenuti dal Consiglio di sicurezza, restano l’unica chance di evitare un lungo e prolungato conflitto”.

La Lega Araba è composta da 22 membri: Algeria, Arabia Saudita, Bahrain, Comore, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Gibuti, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen. Il seggio della Siria al momento è vuoto, come da accordi dovuti alla crisi siriana.

Vi sono poi 4 osservatori: Brasile, Eritrea, India, Venezuela.

Nella foto: lo yemenita Hadi, il saudita al-Saud e l’egiziano al-Sisi.