di Giuseppe Gagliano

Nell’Hadramout orientale, al-Qaeda avrebbe preso il controllo di due villaggi, approfittando di un contesto che in Yemen si ripete come una legge non scritta: quando lo Stato si sbriciola e le catene di comando si spezzano, i gruppi armati non “sfondano”, semplicemente riempiono i vuoti. Le fonti locali parlano di una minaccia terroristica in aumento in tutta la provincia, favorita dal caos tra tribù dell’altopiano e dalle divisioni tra le forze allineate al governo.

Il dettaglio più rivelatore non è la conquista in sé, ma ciò che la rende possibile: la sospensione o l’indebolimento delle operazioni terrestri e aeree contro il gruppo. In altre parole, la pressione militare cala, la rete clandestina respira, si riorganizza, riapre rifugi e corridoi. E intanto accumula armi, anche grazie al saccheggio di accampamenti e depositi lasciati senza controllo.

Hadramout non è una provincia qualunque: è vasta, popolosa e soprattutto ricca di risorse. Ospita i principali giacimenti e terminali energetici del Paese e per questo è, da anni, l’oggetto del desiderio di ogni attore yemenita e dei rispettivi sponsor esterni. Chi controlla Hadramout non controlla solo territorio: controlla entrate, salari, fedeltà tribali, capacità di comprare consenso.

Qui sta il punto geoeconomico: la sicurezza non è un tema “a parte”, è una funzione diretta della rendita. Se la rendita si interrompe, arrivano blackout, crolla l’amministrazione, si svuotano le caserme, si allargano le zone grigie. Ed è proprio in quelle zone grigie che al-Qaeda torna a mettere radici.

Il deterioramento della sicurezza coincide con l’escalation politica nel Sud, dopo l’offensiva lanciata a inizio dicembre dal Consiglio di transizione del sud, formazione separatista sostenuta dagli Emirati e favorevole all’indipendenza dello Yemen meridionale. L’operazione, iniziata il 2 dicembre e concentrata proprio su Hadramout, ha rappresentato la più forte escalation interna dal cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite nel 2022.

Il quadro è quello di una guerra dentro la guerra: da una parte le forze separatiste, dall’altra il governo riconosciuto a livello internazionale e il suo Consiglio di leadership presidenziale, sostenuto dall’Arabia Saudita e appoggiato da alleanze tribali locali. L’avanzata rapida di dicembre, con la presa di centri chiave e la pressione sui campi petroliferi, ha fatto scattare l’allarme non solo politico ma anche energetico: produzione interrotta, blackout, fragilità economica che diventa fragilità militare.

Se Hadramout resta instabile, l’economia yemenita perde l’unica leva che potrebbe tenere insieme amministrazione, stipendi e servizi essenziali. E quando lo Stato non paga, lo Stato non comanda. In quello spazio entrano due alternative entrambe tossiche: signori locali che trasformano il controllo dei flussi energetici in un pedaggio permanente, oppure gruppi estremisti che si finanziano con tassazione clandestina, contrabbando e “protezione”.

In parallelo, l’incertezza scoraggia investimenti e blocca la normalizzazione: porti, aeroporti, infrastrutture energetiche diventano obiettivi e moneta di scambio. Il risultato è un Sud che somiglia sempre più a un mosaico di feudi armati, con la popolazione schiacciata tra blackout, insicurezza e prezzi fuori controllo.

Dal punto di vista militare, la dinamica è chiara: Al Qaeda non ha bisogno di grandi manovre, le basta sopravvivere, ricostruire nuclei, mostrare presenza e colpire pattuglie o presidi isolati per riprendere credibilità. L’attacco del 10 gennaio in Abyan contro una pattuglia, con un morto e un ferito, è il classico messaggio: “ci siamo, possiamo colpire, non siete padroni del terreno”.

In più, il materiale sottratto da depositi e accampamenti è un moltiplicatore: non perché trasformi il gruppo in un esercito, ma perché aumenta capacità di intimidazione e libertà di movimento. La frammentazione delle forze locali e la competizione tra catene di comando rivali fanno il resto, perché impediscono intelligence condivisa, coordinamento e continuità operativa.

Qui emerge la dimensione più pericolosa: gli sponsor regionali non giocano la stessa partita. Arabia Saudita ed Emirati hanno interessi che a tratti convergono e a tratti collidono, soprattutto su controllo del Sud, porti, corridoi commerciali e influenza sulle élite locali. Gli attacchi aerei sauditi di fine dicembre su Mukalla, presentati come risposta a una presunta spedizione di armi legata agli Emirati, raccontano un messaggio politico prima ancora che militare.

E quando i “protettori” litigano, lo Yemen paga due volte: perché si combatte di più e perché si governa di meno. In questa cornice, la rimozione del leader separatista dal Consiglio di leadership presidenziale e le accuse di tradimento segnano un salto di qualità: non è più solo competizione, è rottura istituzionale. E le rotture istituzionali sono il nutrimento preferito dei gruppi estremisti.

Se non arriva una riconciliazione interna vera, con un riassetto delle forze di sicurezza e una catena di comando credibile, Al Qaeda continuerà a espandersi “a bassa firma”: villaggio dopo villaggio, valle dopo valle, non per conquistare capitali ma per controllare spazi, tribù, traffici e paura.

La lezione, brutale ma semplice, è questa: nello Yemen del Sud la sicurezza non si ripara solo con raid e pattuglie. Si ripara rimettendo insieme politica, rendita energetica e istituzioni. Se uno di questi tre pezzi manca, gli altri due crollano. E nel rumore del crollo, chi prospera è sempre lo stesso.