di Giuseppe Gagliano –
Il Pentagono frena mentre Israele scalpita. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha minacciato di intensificare le operazioni militari contro gli Houthi dello Yemen, responsabili di lanci missilistici verso il territorio israeliano. Washington, però, sceglie la cautela: nessun supporto diretto agli attacchi compiuti da Israele nei pressi di Sana’a. Una scelta che riflette il timore americano di aprire un nuovo fronte, in un Medio Oriente già dilaniato.
Israele mantiene un approccio aggressivo: blocco aereo e marittimo, raid su infrastrutture energetiche yemenite, avvertimenti di ulteriori ritorsioni. Eppure la minaccia Houthi non è marginale. I ribelli, armati dall’Iran, hanno dimostrato di poter colpire con missili balistici e droni, costringendo persino alla chiusura temporanea l’aeroporto Ben-Gurion. Sul piano operativo, Tel Aviv vede nella pressione militare l’unico deterrente credibile.
Gli Stati Uniti invece limitano la propria azione alle difese aeree e navali, intercettando missili in volo ma senza partecipare agli attacchi nello Yemen. Una linea che segnala la volontà di non farsi trascinare in un conflitto diretto con Teheran e i suoi proxy.
Il teatro yemenita non riguarda solo Israele. Il Mar Rosso è oggi una delle linee vitali per il commercio globale, attraversato da rotte che collegano Asia ed Europa. Gli Houthi hanno già colpito la navigazione civile, affondando navi e minacciando qualsiasi compagnia con rapporti commerciali con Israele. Il porto israeliano di Eilat ha visto crollare del 90% i propri traffici: un colpo durissimo per l’economia nazionale e per l’intero sistema logistico della regione.
Per Washington, il rischio è evidente: un conflitto più ampio innescherebbe un nuovo shock per le catene di approvvigionamento globali, già messe a dura prova da crisi precedenti.
Il legame tra economia e guerra è diretto. Gli attacchi Houthi hanno fatto lievitare i costi delle assicurazioni navali, ridotto il traffico commerciale e accresciuto l’incertezza per le aziende globali. Israele, che già affronta il peso finanziario dell’operazione militare su Gaza, rischia di vedere compromessa la sua funzione di hub regionale.
Gli Stati Uniti, per parte loro, hanno interesse a proteggere il commercio internazionale senza però impegnarsi in un nuovo ciclo di bombardamenti, come accadeva prima dell’accordo mediato dall’Oman.
La posizione americana è in equilibrio precario: troppo sostegno a Israele significherebbe allargare lo scontro con Teheran, troppo distacco rischia di incrinare l’alleanza con lo Stato ebraico. Israele, a sua volta, non può permettersi di apparire vulnerabile. La deterrenza, nel suo schema strategico, è questione di sopravvivenza.
Intanto, gli Houthi capitalizzano la loro capacità di minacciare non solo Israele ma l’intero sistema di trasporti globali, accrescendo il loro peso negoziale nella regione.
La vicenda mostra come lo Yemen resti il punto dolente del Medio Oriente. Per Washington, il conflitto yemenita è una guerra che non conviene: rischia di destabilizzare le rotte globali, complicare i rapporti con gli alleati del Golfo e compromettere i negoziati con l’Iran. Per Israele, al contrario, si tratta di una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale, da neutralizzare con la forza.
Il risultato è un fragile compromesso: gli Stati Uniti restano in seconda linea, Israele colpisce, gli Houthi resistono. Ma il conto economico e geopolitico di questa guerra a bassa intensità continua a salire, minando la stabilità del Mar Rosso e la sicurezza globale.




