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In vista dei colloqui di pace del 18 aprile in Kuwait, entrerà in vigore domenica il nuovo tentativo di cessate-il-fuoco nello Yemen promosso dall’inviato dell’Onu Ould Cheikh Ahmed.
Nell’aria c’è un cauto ottimismo, anche perché i sauditi, che guidano la coalizione anti-houthi composta da Egitto, Sudan, Giordania, Marocco, Bahrain, Qatar e Emirati Arabi Uniti, hanno portato al minimo le ostilità.
L’annuncio della tregua è stato dato sia dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, che dal portavoce degli houthi, Mohammed Abdulsalam, il quale ha dichiarato che “è stato raggiunto un accordo per la continuazione della tregua al confine e per fermare le operazioni militari in alcune province dello Yemen”, una pre-intesa che “può portare a una cessazione totale delle azioni militari nel paese e aprire prospettive chiare per il dialogo inter-yemenita in Kuwait”.
Anche il segretario di Stato usa John Kerry si è dato da fare per sostenere il cessate-il-fuoco, recandosi a Riad dove ha visto il collega saudita.
Il golpe degli houthi, dietro al quale vi sarebbe l’Iran (che però nega), è arrivato nel gennaio 2015 dopo che per mesi avevano chiesto invano alcuni riconoscimenti come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza sciita nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal, di Hajja e dei governatorati di al-Jaw. Gli houthi sostengono l’ex presidente Ali Abdallah Saleh.

