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Alla riunione che si è tenuta ieri al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’inviato dell’Onu Jamel Benomar ha avvertito che il paese è sull’orlo della guerra civile e che sostanzialmente si sta spaccando in due, con a sud i ribelli houthi, sciiti, che lo scorso 23 gennaio hanno preso il potere rovesciando il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, e a nord i sostenitori di quest’ultimo.
È stato lo stesso Hadi, che dopo essere stato rilasciato dai ribelli si è rifugiato nella sua roccaforte di Aden, a richiedere la riunione dell’assemblea del Consiglio di sicurezza, denunciando “gli atti criminali delle milizie Huthi e dei loro alleati”, i quali “non minacciano solo la pace in Yemen, ma la pace e la sicurezza regionale e internaizonale”. Hadi vorrebbe “un intervento urgente, con tutti i mezzi disponibili, per fermare questa aggressione che è finalizzataa minare la legittima autorità, a frammentare lo Yemen e la sua pace e stabilità”.
Il paese è in preda alle violenze, ed ammonta a 142 morti, di cui molti bambini, il bilancio della serie di attentati alle moschee sciite dello scorso venerdì.
Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha quindi deliberato di riconoscere Hadi quale presidente legittimo ed ha invitato “tutti gli Stati membri ad astenersi da qualsiasi ingerenza che possa alimentare il conflitto ed aggravare l’instabilità”, con allusione esplicita all’Iran, che sostiene gli sciiti Houthi.
Il golpe di gennaio è arrivato dopo che per mesi gli houthi hanno chiesto invano alcuni riconoscimenti, come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal di Hajja e dei governatorati di al-Jaw; vistisi negare le richieste, hanno preso d’assedio la capitale.

