di Giuseppe Gagliano

L’Unione Europea ha inviato un messaggio chiaro a Kiev: senza una correzione di rotta sulle recenti riforme legislative che minano l’autonomia delle agenzie anti-corruzione, parte dei finanziamenti internazionali sarà congelata. Secondo quanto riportato da European Pravda e Ukrainska Pravda, Bruxelles ha già avvertito in via riservata il governo ucraino, fissando una scadenza cruciale: il 31 luglio, data in cui il Parlamento voterà un nuovo disegno di legge per ripristinare l’indipendenza del NABU (National Anti-Corruption Bureau) e del SAPO (Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office).

La tensione nasce dall’approvazione, il 22 luglio, della legge 12414 voluta da Volodymyr Zelensky, che affida al procuratore generale ucraino poteri estesi di controllo su NABU e SAPO. Il procuratore generale viene nominato dal governo, per cui di fatto gli enti anti corruzione sono finiti sotto il controllo dell’Esecutivo. Una mossa che ha suscitato forti critiche interne e internazionali, considerate da molti un ritorno al passato, in contrasto con le conquiste della rivoluzione di Euromaidan e degli standard richiesti dal processo di adesione all’Unione. Le proteste popolari, unite alle pressioni europee, hanno spinto il presidente Zelensky a proporre un testo correttivo.

Il rischio per Kiev è concreto: l’UE potrebbe sospendere i fondi del programma ERA (Extraordinary Revenue Acceleration), finanziato con gli asset russi congelati, ma anche gli investimenti della BEI (Banca Europea per gli Investimenti) e della BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo). Nonostante smentite pubbliche della Commissione Europea, le fonti diplomatiche parlano di un avvertimento serio, tanto che Ukrainska Pravda suggerisce che persino il Ukraine Facility, programma cardine dell’assistenza europea, potrebbe essere toccato, malgrado i vincoli legali che lo rendono più difficile da sospendere.

La Germania, attraverso il suo ambasciatore Oleksii Makeiev, ha fatto sapere che la questione della lotta alla corruzione è irrinunciabile. Berlino continuerà a sostenere il cammino europeo dell’Ucraina, ma senza chiudere un occhio su eventuali regressi. Non a caso, è stato annunciato il rilancio delle consultazioni intergovernative bilaterali, un formato riservato a pochi partner strategici come Francia e Giappone.

Il dibattito si inserisce nel più ampio contesto dell’adesione ucraina all’UE, ufficialmente avviata nel 2024. Tuttavia, l’opposizione dell’Ungheria di Viktor Orbán, considerata da molti il principale alleato di Mosca all’interno dell’Unione, ha finora bloccato l’apertura del primo cluster negoziale, alimentando l’incertezza. Una mancanza di progressi tangibili che, unita al deterioramento delle garanzie istituzionali ucraine, rischia di rallentare ulteriormente il processo.

Da un lato l’Unione continua a sostenere militarmente, economicamente e politicamente l’Ucraina, con oltre 180 miliardi di dollari erogati dal 2022. Dall’altro, Bruxelles esige garanzie reali in termini di trasparenza e rispetto dello Stato di diritto, condizioni non negoziabili per un’integrazione piena e duratura. In questo equilibrio fragile, la sfida per Zelensky è doppia: rispondere alle esigenze della guerra e mantenere la rotta europea senza cedere alle tentazioni autoritarie o clientelari.