di Giuseppe Gagliano –
Un drone israeliano ha colpito Ein el-Hilweh, il più grande campo profughi palestinese in Libano, alla periferia di Sidone. Quando un’operazione militare entra dentro un campo profughi, dentro un’area già sovraccarica di fragilità sociale, di armi diffuse e di autorità parallele, non è più “un episodio” nella sequenza dei raid: è un salto di qualità. E infatti l’attacco del 20 febbraio, con almeno tre morti secondo fonti palestinesi e libanesi, si colloca in una traiettoria chiara: il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 non è un perno di stabilizzazione, è una formula che lascia spazio alla prosecuzione delle operazioni a bassa intensità, ma ad alta capacità destabilizzante.
Israele sostiene di aver colpito un centro di comando di Hamas. Da parte palestinese, una fonte di rilievo ribatte che il sito preso di mira non era una struttura di Hamas, ma un edificio legato alla Forza di Sicurezza Congiunta del campo: un dispositivo nato proprio per evitare che Ein el-Hilweh imploda in faide interne e diventi una piattaforma di escalation. Se questa versione è corretta, il significato politico dell’attacco è doppio: da un lato si colpisce un’infrastruttura di controllo interno che, piaccia o no, serve a contenere il caos; dall’altro si manda un segnale: nessuna “zona grigia” è al riparo, nemmeno quelle che finora erano gestite con logiche pragmatiche di convivenza armata.
Ein el-Hilweh non è un quartiere: è una città nella città, con una densità demografica enorme, una storia di scontri interni e un equilibrio sempre provvisorio tra fazioni, comitati, gruppi armati e mediazioni libanesi. Colpirlo significa toccare una nervatura emotiva e politica che va oltre la dimensione militare. Non a caso, dopo l’attacco, gli ospedali di Sidone hanno lanciato appelli urgenti per donazioni di sangue: i raid su aree civili non producono solo vittime, producono narrazioni, rancori, mobilitazioni.
E qui si innesta il dato più sensibile: il Comitato di Dialogo libanese-palestinese denuncia violazione della sovranità e del diritto internazionale e avverte del rischio di destabilizzare ulteriormente le condizioni dentro i campi. Tradotto: se salta l’equilibrio nei campi, salta un pezzo della stabilità interna libanese, già logorata da crisi economica, paralisi politica e fragilità istituzionale.
Il quadro è quello di un attrito permanente: raid quasi quotidiani nel Sud, colpi su siti che Israele definisce collegati a Hamas o ad altri attori armati, voli a bassa quota persino su Beirut e sui sobborghi meridionali. È un modello operativo che non mira a una “vittoria” tradizionale, ma a una pressione costante: degradare capacità, imporre costi, mantenere l’iniziativa e soprattutto impedire che il fronte nord si stabilizzi politicamente.
Il problema, per Beirut, è che questa logica svuota il cessate il fuoco del suo contenuto sostanziale. Se gli attacchi continuano, l’accordo diventa un foglio che regola solo il livello di violenza “accettabile”, non la sua cessazione. E quando il conflitto si normalizza, si normalizzano anche gli incidenti che possono farlo esplodere.
In parallelo, il Libano prova a rimettere lo Stato al centro: rafforzamento del dispiegamento nei villaggi di confine, piano in più fasi per disarmare o smantellare gli arsenali di Hezbollah nel Sud. Ma qui entra la contraddizione: l’esercito libanese ammette che il dispiegamento completo è ostacolato dalla presenza israeliana in cinque posizioni nel Sud del Paese. È un dettaglio che pesa come un macigno, perché senza controllo pieno del territorio la sovranità diventa un obiettivo dichiarato, non una realtà operativa.
In più, i tempi annunciati dal governo per completare la “seconda fase” del piano (mesi, non settimane) dicono un’altra cosa: si sta tentando una transizione controllata, graduale, per evitare che il disarmo si trasformi in scontro interno. Ma ogni raid, ogni incursione, ogni colpo di arma da fuoco lungo la linea di confine sposta l’equilibrio: rafforza le posizioni di chi sostiene che la deterrenza armata resti indispensabile e indebolisce la narrativa di chi vuole riportare il monopolio della forza allo Stato.
Il Libano oggi è una cerniera instabile tra più pressioni: la competizione regionale, la partita israeliana sulla sicurezza di frontiera, la presenza di attori palestinesi e la questione Hezbollah, che è al tempo stesso interna libanese e proiezione di un asse regionale. In questo contesto, colpire un campo profughi palestinese significa anche allargare il perimetro del conflitto: dal terreno “classico” della frontiera e dei villaggi del Sud a un nodo urbano e simbolico che coinvolge direttamente la dimensione palestinese in Libano.
Sul piano geoeconomico, ogni aumento di instabilità nel quadrante libanese si somma a un fattore più grande: la vulnerabilità delle rotte e dei flussi nel Mediterraneo orientale. Non è solo un discorso di energia o commerci, è un discorso di rischio sistemico: quando l’area si scalda, si alza il premio di rischio, si irrigidiscono le scelte degli investitori, si complicano le scommesse su infrastrutture, ricostruzione e anche sui dossier energetici offshore. In una regione dove il capitale arriva solo se percepisce un minimo di “regola”, la normalizzazione dei raid è una tassa continua sul futuro.
Tre gli scenari realistici a breve:
1. Stabilità apparente, violenza controllata: continuano i raid e le risposte restano contenute. È il modello dell’attrito, ma logora lo Stato libanese e avvelena i campi.
2. Incidente e spirale: un attacco con molte vittime civili o un errore di calcolo innesca reazioni a catena. Qui il cessate il fuoco diventa carta straccia nel giro di ore.
3. Pressione politica su Beirut: più raid significano più richiesta interna di “protezione”, e dunque più spazio per gli attori armati non statali e meno margine per l’esercito nel suo piano di riappropriazione dell’autorità.
Il dato chiave, in sostanza, è questo: quando un campo come Ein el-Hilweh diventa bersaglio, non si colpisce solo un presunto obiettivo militare. Si colpisce un equilibrio sociale già al limite. E nel Libano di oggi, gli equilibri sociali sono la prima linea del fronte.




