Israele. Sotto pressione: la guerra d’attrito consuma lo scudo antimissile

di Giuseppe Gagliano –

Israele affronta un problema sempre più urgente nel conflitto con l’Iran: non solo colpire il nemico, ma riuscire a continuare a difendersi. Secondo fonti statunitensi citate da Semafor, lo Stato ebraico avrebbe avvertito Washington che le scorte di intercettori contro i missili balistici si stanno riducendo in modo preoccupante. Un segnale strategico rilevante che indica come la guerra, ormai entrata nella terza settimana, stia logorando non solo infrastrutture e obiettivi militari ma anche la capacità di Israele di proteggere il proprio territorio.
La difficoltà nasce anche da una situazione già compromessa prima dell’attuale escalation. I sistemi di difesa israeliani erano stati duramente messi alla prova durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, quando una parte significativa degli intercettori fu utilizzata per neutralizzare i missili iraniani. Da allora la pressione non si è mai davvero allentata. I bombardamenti provenienti dall’Iran hanno continuato a mettere sotto stress la rete di difesa aerea a lungo raggio, riducendo progressivamente i margini operativi.
Teheran sembra puntare su una strategia semplice ma efficace: saturare il sistema difensivo avversario. Nella guerra moderna non sempre è necessario sfondare le difese, spesso basta costringerle a consumare risorse più velocemente di quanto possano essere rimpiazzate. Se alcune informazioni fossero confermate, parte dei missili iraniani sarebbe equipaggiata con munizioni a grappolo, aumentando la complessità delle intercettazioni e obbligando il difensore a utilizzare più sistemi e più intercettori per ogni attacco. In questo modo la guerra diventa anche una competizione industriale, oltre che militare.
Gli Stati Uniti sostengono di aver previsto da tempo questo scenario. Un funzionario americano ha dichiarato che Washington, almeno per ora, non soffre di carenze analoghe e dispone di scorte sufficienti per difendere le proprie basi, il personale nella regione e gli interessi strategici americani. Tuttavia la questione resta delicata: se gli Stati Uniti dovessero intervenire massicciamente per compensare la diminuzione delle scorte israeliane, anche le loro riserve finirebbero inevitabilmente sotto pressione.
La realtà industriale impone limiti che la retorica politica non può ignorare. Gli intercettori non possono essere prodotti rapidamente e la loro sostituzione richiede tempi lunghi. Secondo diversi specialisti citati da Military Times, le scorte americane non sono inesauribili e un conflitto prolungato potrebbe mettere seriamente alla prova la capacità di rimpiazzo. Kelly Grieco del centro studi Stimson ha ricordato che questi missili non si ricostruiscono dall’oggi al domani e che servono anni per ricostituire gli arsenali.
I numeri aiutano a comprendere la portata del problema. Alla fine del 2025 l’arsenale della Missile Defense Agency includeva 414 missili Standard Missile 3 e 534 intercettori del sistema di difesa d’alta quota. Per il sistema Patriot, il Pentagono riceveva dal 2015 circa 270 missili avanzati all’anno. Durante il conflitto di dodici giorni con l’Iran nel giugno scorso, gli Stati Uniti avrebbero lanciato oltre 150 intercettori del sistema d’alta quota, circa un quarto delle loro disponibilità di allora. Nei primi giorni della guerra attuale Washington avrebbe inoltre impiegato intercettori Patriot per un valore di circa 2,4 miliardi di dollari.
Il problema non riguarda soltanto Israele né esclusivamente l’Iran. La vera questione è la capacità degli Stati Uniti di sostenere contemporaneamente più teatri strategici. Secondo il Wall Street Journal, la campagna contro l’Iran sta erodendo scorte missilistiche che potrebbero rivelarsi decisive in caso di crisi nello Stretto di Taiwan. Ogni intercettore utilizzato oggi in Medio Oriente è una risorsa in meno disponibile per la deterrenza nell’Indo Pacifico.
La vicenda mostra come le guerre del ventunesimo secolo non si vincano soltanto con la superiorità tecnologica, ma con la profondità industriale e la capacità di rigenerare rapidamente gli arsenali. Israele potrà forse trovare soluzioni temporanee, ma il dato di fondo resta chiaro: anche il sistema difensivo più avanzato del mondo, se sottoposto a una pressione costante, può arrivare al limite.
Il conflitto con l’Iran si sta così trasformando in una guerra di logoramento che consuma scorte, bilanci e tempo strategico. Israele rischia di scoprire che la superiorità tecnologica non basta quando l’avversario impone un ritmo di usura continuo. Gli Stati Uniti, allo stesso tempo, devono confrontarsi con un limite meno visibile della loro potenza: la capacità materiale di sostenere una guerra lunga senza indebolire altri fronti decisivi.