di Giuseppe Gagliano –
La caduta di Bashar al-Assad, avvenuta a dicembre scorso, ha aperto una fase che molti osservatori internazionali avevano definito “decisiva” per il futuro della Siria. L’ascesa al potere di Ahmed al-Sharaa, ex capo ribelle islamista trasformatosi in uomo di compromesso, doveva segnare l’avvio di una transizione di cinque anni, regolata da una dichiarazione costituzionale provvisoria e orientata verso una nuova Costituzione e libere elezioni. Ma già i primi passi di questo processo mostrano quanto la realtà siriana resti frantumata e ostile alla centralizzazione.
Il progetto di un parlamento di 210 membri, con 140 designati dai comitati locali e 70 scelti direttamente dal nuovo presidente, doveva rappresentare l’inizio di un percorso istituzionale ordinato. Invece la decisione di rinviare la designazione dei deputati nelle aree curde e druse rivela che la Siria post-al-Assad resta un mosaico instabile. Le province di Soueida, Raqa e Hassaké non parteciperanno al primo giro di nomine, ufficialmente per motivi di sicurezza e perché, secondo Damasco, mancano “condizioni politiche adeguate”. In realtà, la sospensione rappresenta un chiaro segnale di sfiducia e di conflitto tra centro e periferia.
Le tensioni con le minoranze non sono nuove. I drusi di Soueida, reduci da scontri intercomunitari, guardano con crescente diffidenza a Damasco. Ma soprattutto i curdi, che da anni reclamano un assetto federale e un’autonomia regionale, rifiutano di sottostare alle condizioni imposte dal governo centrale. L’assenza di rappresentanti curdi e drusi nel parlamento provvisorio non è solo un problema tecnico: significa avviare la transizione con due comunità strategiche escluse, aggravando fratture che rischiano di delegittimare l’intero processo.
La struttura stessa del parlamento alimenta polemiche. Settanta deputati saranno designati direttamente dal presidente al-Sharaa, mentre gli altri 140 passeranno comunque attraverso una commissione elettorale dipendente dall’esecutivo. Gli oppositori denunciano un sistema che concentra il potere nelle mani del presidente e marginalizza le minoranze etniche e religiose. In questo scenario, la promessa di una “transizione inclusiva” appare più come uno slogan che come un reale progetto politico.
La Siria rimane devastata da quattordici anni di guerra: infrastrutture distrutte, economia in ginocchio, milioni di sfollati. Senza un processo politico credibile e rappresentativo, la ricostruzione rischia di restare bloccata. La marginalizzazione dei curdi, inoltre, potrebbe compromettere i rapporti con gli Stati Uniti e con alcune potenze europee, che hanno visto nelle forze curde un alleato chiave nella lotta contro l’ISIS. Parallelamente, l’Iran e la Russia, ancora influenti sul terreno, potrebbero approfittare di queste divisioni per consolidare la loro presenza, condizionando pesantemente il futuro assetto geopolitico del Paese.
Il parlamento transitorio avrebbe dovuto rappresentare un primo passo verso la riconciliazione e la stabilità. Invece, rischia di nascere già indebolito, contestato e percepito come strumento di potere del nuovo presidente. Senza un’inclusione reale delle minoranze e senza garanzie di equità, la transizione siriana rischia di essere solo una parentesi fragile, destinata a replicare le dinamiche di esclusione e conflitto che hanno alimentato la guerra civile.




