di Giuseppe Gagliano –
L’incontro del 20 luglio tra il responsabile delle operazioni militari del ministero della Difesa talebano, Mawlawi Noor-ul-Rahman Nasrat, e l’ambasciatore del Tagikistan, Saadi Sharifi, conferma la crescente preoccupazione condivisa per la sicurezza della frontiera settentrionale dell’Afghanistan. Più che un riavvicinamento politico tra Kabul e Dušanbe, il colloquio riflette la necessità di affrontare la presenza di numerosi gruppi jihadisti attivi nell’area.
Il Tagikistan continua a diffidare del governo talebano, accusato di non esercitare un controllo pieno sulle organizzazioni armate presenti nel Paese. Kabul, dal canto suo, cerca di dimostrare alla comunità internazionale di essere in grado di impedire che il territorio afghano venga utilizzato come base per operazioni contro gli Stati confinanti.
Secondo diverse valutazioni internazionali, in Afghanistan operano oltre venti gruppi jihadisti, tra cui lo Stato islamico della provincia del Khorasan, reti legate ad al-Qaeda, il Movimento islamico dell’Uzbekistan, il Movimento dei talebani pakistani, Jamaat Ansarullah e organizzazioni uigure. La loro presenza, unita alla conformazione del territorio e alla frammentazione del potere locale, rende particolarmente complesso il controllo delle regioni settentrionali.
Per i talebani il contrasto al terrorismo rappresenta un delicato equilibrio. Una repressione troppo ampia rischierebbe di incrinare rapporti costruiti durante il conflitto contro gli Stati Uniti e di favorire lo Stato islamico del Khorasan. Per questo Kabul privilegia una strategia di contenimento, cercando di limitare l’attività dei gruppi armati senza arrivare a uno scontro generalizzato.
La situazione è seguita con attenzione anche dalle principali potenze regionali. La Russia considera la stabilità dell’Asia centrale un interesse strategico e mantiene una presenza militare in Tagikistan. La Cina teme infiltrazioni di gruppi uiguri nello Xinjiang e lega i propri investimenti in Afghanistan alle garanzie di sicurezza offerte dai talebani. Il Pakistan, infine, continua a confrontarsi con la minaccia del Movimento dei talebani pakistani, che mantiene basi operative sul territorio afghano.
L’instabilità incide anche sui progetti economici regionali. Corridoi commerciali, infrastrutture ferroviarie, gasdotti e investimenti minerari dipendono dalla sicurezza del Nord dell’Afghanistan, dove il radicamento delle organizzazioni jihadiste continua a rappresentare un serio fattore di rischio.
Il confronto tra Kabul e Dušanbe evidenzia quindi una realtà condivisa: nessuno degli attori regionali dispone da solo degli strumenti necessari per neutralizzare la minaccia jihadista. Finché i talebani non dimostreranno di poter controllare in modo stabile il territorio e le organizzazioni armate presenti nel Paese, il confine settentrionale dell’Afghanistan resterà uno dei principali punti di instabilità dell’Asia centrale.




