di Simone Frusciante –
Il 19 gennaio scorso una forte esplosione ha scosso Kabul, colpendo un ristorante cinese in un albergo del distretto di Shahr-e-Naw, situato nel centro della capitale afghana e reputato una delle zone più sicure e controllate in quanto sede di uffici, centri commerciali e ambasciate. Secondo quanto è stato riferito dalle autorità locali, si è trattato di un attacco kamikaze che ha provocato almeno sette morti, tra cui un cittadino cinese e sei cittadini afghani, nonché una ventina di feriti.
Il giorno dopo, l’attentato è stato rivendicato ufficialmente dalla branca afghana dello Stato Islamico (IS), l’Islamic State Khorasan Province (ISKP). Nel comunicato, l’organizzazione ha affermato che l’attacco è avvenuto in risposta ai “crescenti crimini del Governo cinese contro gli Uiguri”, lanciando ulteriori minacce nei confronti dei cittadini cinesi nel Paese. Risulta opportuno ricordare che Cina e Afghanistan condividono una breve linea di confine, lunga meno di 80 km, proprio in corrispondenza della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang.
In una dichiarazione, il portavoce del Ministero degli esteri di Pechino Guo Jiakun ha sollecitato il regime afghano a mettere in atto delle misure efficaci per proteggere la sicurezza dei cittadini, degli affari e delle istituzioni cinesi nel Paese. L’attentato al ristorante non è un caso isolato, ma si inserisce in una scia di attacchi contro gli interessi cinesi in Afghanistan; si stima che dal ritorno dei Talebani al potere nel 2021, si siano registrati almeno una decina di episodi simili.
Quanto avvenuto il 19 gennaio ha, inoltre, ricevuto un’ampia eco mediatica in Cina, con gran parte dell’opinione pubblica che ora teme per Pechino una minaccia terroristica analoga a quella riservata agli occidentali nel periodo successivo all’invasione statunitense dell’Afghanistan. Dopo il ripristino del regime talebano, quasi tutti i cittadini e le imprese estere hanno abbandonato il Paese, per cui la Cina ha intravisto la possibilità di colmare il vuoto che avevano lasciato.
I sopraccitati attacchi, tuttavia, costituiscono un notevole rischio per l’agenda strategica di Pechino in Afghanistan, dal momento che infliggono pesanti costi in termini di sicurezza sia per lo Stato cinese che per i propri cittadini operanti nel Paese. All’incontro con le autorità talebane nell’agosto 2025, il Ministro degli esteri cinese Wang Yi le ha esortate a combattere i gruppi armati attivi in Afghanistan, aggiungendo che legami di sicurezza più stretti fornirebbero maggiori garanzie per la cooperazione economica bilaterale, soprattutto nel settore minerario.
Ciononostante, i rapporti tra Pechino e Kabul sono complicati dal fatto che quest’ultima abbia a lungo dato asilo ai membri del movimento separatista uiguro dell’East Turkestan Islamic Movement. Alcuni osservatori parlano di doppio gioco da parte afghana nei riguardi della Cina, la quale è profondamente preoccupata che i terroristi uiguri possano attaccare il Paese dalle loro basi in Afghanistan e ha chiesto rassicurazioni ai Talebani affinché suddetto scenario non si verifichi.
I preoccupanti sviluppi della situazione in Afghanistan rientrano in un contesto regionale complesso e sempre più avverso agli interessi cinesi. Nel maggio 2025, Cina e Pakistan avevano concordato di estendere anche all’Afghanistan il progetto del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), punta di diamante della Belt and Road Initiative (BRI). Malgrado ciò, gli scontri esplosi lo scorso ottobre tra Kabul e Islamabad minacciano di far deragliare questa iniziativa.
Islamabad ha infatti accusato il regime talebano di dare rifugio e supporto a numerose organizzazioni terroristiche, tra cui il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), che avrebbero effettuato decine di attacchi non solo contro militari e civili pakistani, bensì anche contro progetti cinesi, incluso il CPEC. Kabul ha rigettato le accuse e la fragile tregua stabilita dopo settimane di conflitto sembra appesa ad un filo, con il pericolo di una guerra su ampia scala tra i due vicini.
In aggiunta, nel mese di novembre si è aperto un nuovo fronte, quello lungo il confine tra Afghanistan e Tagikistan, con il verificarsi di attentati in cui almeno cinque cittadini cinesi sono rimasti uccisi. Il governo di Dushanbe ha prontamente puntato il dito contro i Talebani, sostenendo che gli attacchi fossero stati compiuti da gruppi criminali provenienti dal territorio afghano e che il regime non avesse adottato le misure necessarie per contrastarli.
A seguito degli attacchi nella parte meridionale del Tagikistan, Pechino ha diramato un’allerta in cui richiedeva ai propri cittadini di lasciare l’area, citando il peggioramento delle condizioni di sicurezza. Ciò ha creato significativi disagi nell’ambito dei lavori di costruzione della strada di collegamento tra lo Xinjiang e la capitale tagika, vista come un progetto cruciale al fine di rafforzare la connettività e la stabilità della regione frontaliera.
Di fronte all’evidente impossibilità di Kabul di assicurare la protezione di cittadini ed interessi cinesi, laddove la situazione subisse un ulteriore deterioramento in futuro, la Cina dovrà prendere un’ardua decisione, poiché sarà chiamata a scegliere se continuare a mantenere la sua presenza in Afghanistan, sopportandone gli onerosi costi economici e umani, oppure operare una revisione della politica verso il Paese, specie riguardo gli investimenti, una circostanza che avrebbe delle inevitabili ripercussioni sia sull’influenza regionale di Pechino che sulla credibilità del regime dei Talebani.




