di Giuseppe Gagliano –
La ripresa degli scontri tra Afghanistan e Pakistan riporta al centro una delle aree più instabili dell’Asia meridionale. I raid aerei pakistani nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika hanno provocato nuove tensioni tra Kabul e Islamabad, riaccendendo il conflitto attorno alla Durand Line, il confine tracciato in epoca coloniale britannica e mai pienamente riconosciuto dall’Afghanistan.
Islamabad sostiene di aver colpito basi utilizzate da gruppi armati responsabili di attacchi sul territorio pakistano. I talebani afghani respingono le accuse e attribuiscono al Pakistan la responsabilità dei propri problemi di sicurezza interna. Sullo sfondo resta il nodo delle reti militanti transfrontaliere, che continuano a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale.
La crisi arriva dopo una fragile tregua sostenuta anche dalla Cina e dopo mesi di violenze che hanno causato centinaia di vittime. Pechino osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della situazione, temendo ripercussioni sul Corridoio economico Cina-Pakistan, sulla sicurezza dello Xinjiang e sui propri investimenti nell’area.
Il Pakistan si trova ad affrontare contemporaneamente problemi di sicurezza, difficoltà economiche e tensioni politiche interne. Nel Kashmir amministrato da Islamabad le proteste contro il governo e le misure repressive adottate dalle autorità hanno evidenziato un diffuso malcontento sociale alimentato dall’aumento del costo della vita e dalle accuse di marginalizzazione politica.
Anche l’Afghanistan continua a vivere una grave crisi interna. A Herat la repressione delle proteste femminili contro le restrizioni imposte dal regime talebano ha attirato nuove critiche internazionali. Le limitazioni all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione pubblica delle donne continuano infatti a rappresentare uno dei principali ostacoli al riconoscimento internazionale del governo di Kabul.
In questo contesto la Cina cerca di mantenere un ruolo di mediazione, puntando alla stabilità della regione per proteggere i propri interessi economici e strategici. Tuttavia Pechino dispone di margini limitati per risolvere problemi radicati che coinvolgono sicurezza, rivalità politiche e tensioni etniche.
La nuova escalation conferma la fragilità dell’intera area che si estende dall’Afghanistan al Kashmir. Da un lato Islamabad intensifica le operazioni contro le minacce percepite oltre confine, dall’altro Kabul denuncia violazioni della propria sovranità. Nel mezzo restano le popolazioni civili, che continuano a pagare il prezzo più alto di una crisi che nessuno è ancora riuscito a risolvere.
L’assenza di un’efficace architettura regionale di sicurezza e la presenza di interessi spesso divergenti tra Afghanistan, Pakistan, India e Cina rendono difficile qualsiasi soluzione duratura. La frontiera afghano-pakistana continua così a rappresentare uno dei principali focolai di instabilità del continente asiatico.












