
di Giuseppe Gagliano –
C’è una scena che racconta meglio di molti discorsi il cortocircuito europeo: un leader israeliano oggetto di un mandato della Corte penale internazionale attraversa spazi aerei di Paesi che riconoscono quella stessa Corte, mentre a finire sotto accusa non è lui, ma chi denuncia la catastrofe umanitaria di Gaza. La richiesta del governo francese di dimissioni per Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, si colloca dentro questo paradosso: l’Europa che non riesce a incidere sul conflitto cerca un bersaglio più comodo, interno, gestibile, mediatico.
Albanese è diventata il simbolo di qualcosa che dà fastidio: la pretesa che il diritto internazionale conti anche quando il caso è politicamente tossico. Non è un dettaglio. In tempi di guerra, la battaglia decisiva non è solo sul terreno, ma sul lessico: come si chiama ciò che accade, quali parole sono ammesse, quali diventano proibite. Quando una figura ONU insiste su responsabilità, proporzionalità, tutela dei civili e rispetto delle convenzioni, obbliga governi e opinioni pubbliche a guardare un fatto scomodo: la linea tra alleanza politica e complicità morale può diventare sottile.
Le parole attribuitele in modo polemico, e il tentativo di trasformarle in un capo d’accusa, mostrano un meccanismo noto: delegittimare la voce, per non dover affrontare il contenuto.
Il tema non è censurare o “difendere” una parte, ma riconoscere che l’informazione è diventata un fronte. In molte crisi contemporanee, l’accesso alle immagini, la selezione delle fonti, la cornice narrativa e perfino la scelta dei verbi sono strumenti di potere. Chi sostiene Albanese lo dice in modo radicale: esiste un ecosistema capace di rendere “normale” l’inaccettabile e di isolare chi insiste sui civili, sui morti, sugli sfollati. Chi la contesta risponde che il suo linguaggio è politicizzato. In mezzo, c’è l’effetto reale: una polarizzazione che sostituisce l’analisi con la scomunica.
La guerra non è solo distruzione. È anche economia: forniture, ricostruzione, assicurazioni, porti, energia, catene logistiche, aiuti condizionati. Ogni posizione pubblica su Gaza ha un prezzo: nei rapporti con Washington, nelle commesse, nella cooperazione tecnologica, nei dossier energetici del Mediterraneo orientale. L’Europa, già dipendente su difesa ed energia, fatica a sostenere una linea autonoma e coerente. E quando non riesce a farlo, tende a spostare il confronto su figure simboliche: è più semplice discutere “se Albanese debba dimettersi” che discutere “quale leva economica e diplomatica siamo disposti a usare”.
Sul piano militare la sproporzione di capacità tra uno Stato dotato di superiorità aerea, intelligence avanzata e sostegno logistico esterno e una popolazione intrappolata in uno spazio ristretto produce un risultato prevedibile: altissimo impatto sui civili, infrastrutture collassate, sanità al limite, sfollamenti di massa. Questo non risolve automaticamente il problema della sicurezza di Israele, né cancella la minaccia di gruppi armati: rischia anzi di alimentare una spirale di risentimento e radicalizzazione. L’assenza di un orizzonte politico, per definizione, prolunga il conflitto anche quando gli obiettivi militari vengono dichiarati raggiunti.
La frattura si vede ovunque: nei voti alle Nazioni Unite, nei rapporti transatlantici, nella competizione con Russia e Cina che trasformano ogni incoerenza occidentale in capitale diplomatico. Il Medio Oriente è diventato una cartina di tornasole della credibilità europea: difendi regole universali o difendi solo interessi? Se la risposta appare selettiva, l’Europa perde influenza non solo a Gaza, ma anche nel Sahel, nel Mar Rosso, nel Golfo e perfino nelle grandi trattative energetiche e commerciali.
Attaccare una relatrice ONU serve a placare l’ansia del presente, non a governarlo. La domanda vera è un’altra: se crediamo davvero nel diritto internazionale, siamo disposti a sostenerlo quando costa? Se crediamo davvero nella tutela dei civili, siamo disposti a tradurla in scelte politiche, diplomatiche ed economiche? Finché non rispondiamo, continueremo a cercare capri espiatori. E a confondere il rumore con la responsabilità.











