di Giuseppe Gagliano –
La sera del 10 febbraio Tirana è tornata a somigliare a una capitale balcanica degli anni peggiori: migliaia di manifestanti antigovernativi in piazza, bombe molotov e pietre contro edifici istituzionali, polizia in tenuta antisommossa, idranti e lacrimogeni per respingere l’assalto. Nel mirino sono finiti il Parlamento e l’Ufficio del primo ministro. I cori erano diretti, senza sfumature: “Rama torna a casa”, “governo corrotto dimettiti”. La protesta è stata convocata dall’opposizione guidata da Sali Berisha, rivale storico di Edi Rama, al potere dal 2013. Berisha ha denunciato anche il ferimento e il ricovero di un deputato del suo partito di centro-destra.
La miccia politica, però, ha un nome e un ruolo preciso: Belinda Balluku, vice primo ministro, già ministro delle Infrastrutture e dell’Energia e considerata l’alleata più stretta di Rama nel governo. La richiesta dei manifestanti è netta: dimissioni immediate, perché la vicenda Balluku è diventata, nella narrazione dell’opposizione, il simbolo di un sistema di appalti e potere che si auto-protegge.
La crisi affonda nel lavoro della Procura speciale SPAK, l’unità incaricata di combattere corruzione e criminalità organizzata. Il 31 ottobre 2025, SPAK ha incriminato Balluku con l’accusa di aver violato l’uguaglianza dei partecipanti nelle gare pubbliche, ipotizzando un’interferenza impropria a favore dell’azienda vincitrice. Nell’atto d’accusa, la presunta manovra sarebbe stata condotta in collaborazione con altri cinque membri della commissione giudicante.
Le opere citate sono tutto fuorché marginali: un tunnel lungo 5,9 chilometri nel sud del Paese, dal costo di circa 190 milioni di euro, e la tangenziale di Tirana. In altre parole: infrastrutture che muovono consenso, denaro, filiere e posti di lavoro. È lì che la corruzione, vera o presunta, diventa una questione di stabilità nazionale: perché tocca l’idea stessa di sviluppo e di distribuzione delle risorse.
Balluku ha respinto le accuse definendole un miscuglio di calunnie, insinuazioni e mezze verità, sostenendo che collaborerà pienamente con la magistratura. Rama ha provato la strada istituzionale: ricorso alla Corte Costituzionale per ripristinarla in servizio. La Corte l’ha temporaneamente riammessa in attesa della decisione definitiva, ma la partita non è finita: la stessa Corte ha mantenuto la sospensione, aprendo un conflitto istituzionale con la Procura, che ora chiede al Parlamento di revocare l’immunità di Balluku per consentirne l’arresto. E qui entra in gioco il punto più politico: il Parlamento è controllato dalla maggioranza di Rama, quindi il voto non è scontato, e il rinvio può diventare una tattica.
Lo schema albanese è quello classico della polarizzazione personalistica: Rama contro Berisha, stabilità contro piazza, continuità contro “governo tecnico”. Berisha rilancia una formula già vista nei Balcani: rovesciare l’esecutivo e installare un governo tecnico per organizzare elezioni rapide e “pulite”. Ma il suo problema è evidente: anche lui è accusato di corruzione e di aver favorito la propria cerchia con appalti lucrosi, accuse che nega. Questo rende la protesta potente sul piano emotivo ma fragile su quello della credibilità: è difficile presentarsi come “liberazione morale” quando si porta sulle spalle un passato giudiziario e politico che divide.
Qui sta il dato più interessante, perché più strutturale: l’analista citato nell’articolo parla di cittadini diffidenti, abituati a votare il “male minore” per cacciare il “male maggiore”. È la definizione sintetica di una crisi di rappresentanza. La piazza può diventare violenta, può riempire Tirana, può perfino mettere sotto stress le istituzioni, ma se la società non vede un’alternativa credibile, l’instabilità rischia di trasformarsi in un ciclo: protesta, repressione, mediazione, ritorno alla normalità, nuova protesta.
Quando una Procura speciale entra nelle grandi opere, l’impatto è immediato: blocchi, rallentamenti, ricorsi, incertezza per le imprese e per i finanziatori. Il tunnel da 190 milioni e la tangenziale della capitale non sono solo infrastrutture: sono mercati. Ogni sospetto di “gara pilotata” manda un segnale negativo a investitori e partner esteri, soprattutto se la vicenda finisce nello scontro tra Procura, governo e Corte Costituzionale.
L’effetto reputazionale è ancora più delicato perché l’Albania punta a entrare nell’Unione Europea entro il 2030. Bruxelles, però, chiede risultati concreti su corruzione e criminalità organizzata. Se la vicenda Balluku venisse percepita come un test su indipendenza della magistratura e capacità del sistema politico di non proteggere i propri vertici, l’esito conterà quasi più delle accuse.
L’Unione Europea non manda idranti, ma manda messaggi: capitoli negoziali, condizionalità, rapporti su stato di diritto, pressione informale. Per Tirana, l’orizzonte europeo è la grande promessa di modernizzazione e accesso a risorse. Per Bruxelles, invece, l’Albania è un tassello della stabilizzazione balcanica: se scivola in instabilità cronica o in cattiva governance, riapre una faglia strategica nel Sud-Est europeo, proprio mentre l’Europa è già stressata su altri fronti.
In questo senso, le proteste non sono solo “ordine pubblico”: sono un indicatore di affidabilità statale. E nel 2026, per un Paese candidato, la parola chiave non è solo democrazia: è prevedibilità.
Che cosa può succedere adesso Tre snodi determineranno l’evoluzione:
1. il voto parlamentare sull’immunità di Balluku, se e quando arriverà
2. la decisione definitiva della Corte Costituzionale, che può chiudere o incendiare lo scontro istituzionale
3. la capacità dell’opposizione di mantenere la mobilitazione senza perdere consenso per l’escalation violenta, anche perché Berisha ha già annunciato una nuova manifestazione per il 20 febbraio
Se Rama sceglie la linea dura, rischia di radicalizzare la piazza. Se sceglie la linea morbida, rischia di apparire prigioniero del caso Balluku. Se la Procura va fino in fondo, mette alla prova non solo un governo ma un’intera architettura di potere costruita negli anni. In mezzo, come spesso nei Balcani, ci sono cittadini che chiedono pulizia e finiscono intrappolati tra vecchi rivali che si accusano a vicenda di essere lo stesso problema.




