Algeria. Il FLN sotto accusa, tra lotte di potere e marginalizzazione politica

di Giuseppe Gagliano

Davanti alla storica sede del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) ad Algeri, nel quartiere residenziale di Hydra, si è svolta una protesta che va ben oltre le dinamiche interne di un partito. L’iniziativa, guidata dal movimento Save the FLN, ha raccolto militanti, quadri e simpatizzanti che chiedono un cambiamento radicale della leadership, guidata attualmente da Abdelkrim Benmbarek. Lo slogan è semplice quanto dirompente: restituire al FLN il ruolo nazionale che avrebbe perduto a causa di una gestione debole, autoreferenziale e scollegata dalla base.
Dietro le richieste formali, cioè dimissioni della direzione, congresso inclusivo, fine delle esclusioni interne, si muove un malessere più profondo: la crisi d’identità del partito che ha guidato l’Algeria fin dall’indipendenza e che ora appare sempre più relegato ai margini del sistema.
Storicamente braccio politico dello Stato algerino, il FLN è stato per decenni il perno attorno al quale ruotavano le dinamiche del potere. Ma dal 2020, con il consolidamento del potere presidenziale e la chiusura dello spazio politico e mediatico, i partiti hanno perso rilevanza, diventando gusci vuoti in un sistema sempre più verticistico. Le sconfitte elettorali recenti, tra cui quella per il Consiglio della Nazione, non sono che la conferma di una lenta erosione, che ha separato la classe dirigente dal tessuto militante.
Il movimento Save the FLN denuncia proprio questo scollamento. A parlare non sono dissidenti ideologici o oppositori del sistema, ma militanti delusi che dichiarano il proprio sostegno al presidente Tebboune. È questa la novità più rilevante: la contestazione è interna al campo lealista, e rappresenta un tentativo di riconquistare il controllo dal basso, senza sfidare apertamente lo Stato.
La leadership di Benmbarek respinge le accuse. Secondo il segretario generale, i promotori della protesta sono ex dirigenti esclusi dai congressi, interessati solo a conservare privilegi e a sabotare il processo di rinnovamento avviato nel partito. Alcune sezioni provinciali del FLN hanno rilasciato dichiarazioni di sostegno alla direzione, denunciando la protesta come un gesto disperato e contrario ai valori storici del partito.
Ma il comitato Save the FLN insiste. Chiede l’annullamento del “processo di ristrutturazione fraudolento” e la formazione di una commissione transitoria composta da quadri competenti e leali. L’obiettivo è convocare un congresso che restituisca potere alla base. Abdelkader Kassi, ex figura di spicco del partito, è stato incaricato di rappresentare il movimento e riportare il FLN sul suo “percorso autentico”.
In gioco c’è la direzione futura del principale partito della storia algerina: rinnovamento dall’interno o dissoluzione lenta sotto il peso dell’irrilevanza.
La crisi del FLN non avviene in un vuoto politico. Sullo sfondo, la società algerina resta attraversata da tensioni latenti: disoccupazione, disuguaglianze, repressione del dissenso. Il ruolo storico del partito, capace di fungere da cuscinetto tra Stato e società, oggi appare svuotato. Ed è proprio questa perdita di funzione intermedia che trasforma la protesta interna in un campanello d’allarme per l’intero sistema.
In parallelo la decisione dell’Unione Europea di inserire l’Algeria nella lista dei Paesi a rischio per riciclaggio e finanziamento del terrorismo ha aggiunto ulteriori pressioni. La classificazione, basata sulle raccomandazioni del GAFI, ha scatenato reazioni politiche veementi ad Algeri. Il deputato del FLN Ahmed Rebhi ha definito la decisione “vergognosa”, sottolineando il rischio di isolamento finanziario e reputazionale. In un contesto di crescente fragilità istituzionale, anche le etichette internazionali diventano armi nelle lotte politiche interne.
Che il movimento Save the FLN riesca o meno a influenzare gli equilibri interni, la sua emersione segna un passaggio importante: il partito-Stato non è più intoccabile. La crisi non si riduce a un regolamento di conti interno, ma riflette un problema più vasto di rappresentanza, legittimità e capacità di riforma. In un Paese dove lo spazio politico si è ristretto e le istituzioni si sono verticalizzate, anche una semplice protesta di partito diventa uno specchio della fragilità del sistema.