Algeria. La guerra all’Iran ridisegna la mappa energetica del Mediterraneo

di Giuseppe Gagliano

La visita di Giorgia Meloni ad Algeri non è un episodio diplomatico ordinario e nemmeno una semplice tappa nei rapporti bilaterali tra Italia e Algeria. È, piuttosto, il segnale di un brusco ritorno della geografia nella politica energetica europea. La guerra scatenata contro l’Iran ha sconvolto i flussi del Golfo, ha colpito uno dei cardini del sistema mondiale del gas liquefatto e ha costretto l’Europa a guardare di nuovo verso il Nord Africa. In questa cornice, l’Algeria torna a essere non un fornitore tra gli altri, ma un perno di sicurezza energetica.
Il punto di partenza è semplice. Con la crisi del Golfo e con il danneggiamento di una parte significativa della capacità qatariota di esportazione, l’Europa ha perso uno dei propri principali margini di compensazione. Il rialzo dei prezzi del gas, che nelle ultime settimane ha toccato livelli impressionanti, non è soltanto una conseguenza di mercato: è la manifestazione di una vulnerabilità strutturale. Per anni il continente ha creduto di poter sostituire una dipendenza con un’altra, prima riducendo quella russa e poi affidandosi in misura crescente al gas naturale liquefatto. Ma quando il Golfo entra in guerra, anche questa architettura si rivela fragile.
È in questo vuoto che si inserisce la competizione tra Italia e Spagna per il gas algerino. Roma punta sul TransMed, Madrid sul Medgaz. Entrambe cercano di massimizzare i flussi da Algeri. Entrambe sanno che il tempo stringe. Ed entrambe si muovono in assenza di una vera regia europea comune. Il risultato è quello che ormai si vede con chiarezza: non una solidarietà energetica continentale, ma una concorrenza interna all’Unione, dove ogni Stato tenta di assicurarsi i volumi disponibili prima degli altri.
Questa dinamica dice molto sullo stato reale dell’Europa. Nei discorsi ufficiali si continua a parlare di coordinamento, autonomia strategica e mercato comune. Nei fatti, quando arriva una crisi seria, prevale la logica nazionale. L’Italia cerca di rafforzare la propria posizione grazie al rapporto privilegiato costruito negli ultimi anni con Algeri. La Spagna prova a sfruttare la propria rete infrastrutturale e un contesto politico bilaterale oggi meno conflittuale. Ma il dato di fondo è che l’Algeria dispone di quantità limitate e non può compensare da sola il venir meno dei volumi del Golfo.
Per Algeri la crisi è insieme un’opportunità e un vincolo. L’opportunità è evidente: prezzi più alti di petrolio e gas significano maggiori entrate fiscali e un rafforzamento della posizione negoziale verso gli europei. Per un sistema politico che dipende fortemente dagli idrocarburi, questo costituisce un beneficio immediato, quasi una rendita geopolitica. In altre parole, l’Algeria può monetizzare l’insicurezza altrui.
Ma i limiti sono altrettanto chiari. La produzione algerina non cresce abbastanza rapidamente, il consumo interno aumenta e la capacità inutilizzata resta modesta. Anche lavorando al massimo, l’Algeria non dispone della scala necessaria per sostituire il Qatar o per riequilibrare il mercato europeo in tempi brevi. La distanza con Doha, sul piano strettamente quantitativo, resta molto ampia. E questo significa che Algeri può certamente rafforzare il proprio ruolo, ma non trasformarsi nel salvatore energetico dell’Europa.
Per Roma, tuttavia, l’Algeria non è più solo una carta utile: è una necessità strategica. Il sistema italiano ha una dipendenza energetica che la guerra ha reso ancora più evidente. Il gas algerino via tubo copre da tempo una quota molto rilevante dei consumi nazionali, mentre il gas liquefatto proveniente dal Qatar aveva rappresentato una componente importante della diversificazione. Ora che quella sponda si è indebolita, l’Italia deve muoversi su più tavoli: Algeria, Azerbaigian, Stati Uniti, e forse, sullo sfondo, anche la Libia se e quando la sua instabilità lo consentirà.
Qui entra in gioco la diplomazia energetica di Meloni. La missione ad Algeri va letta come un tentativo di consolidare una relazione che non riguarda soltanto le forniture di oggi, ma anche quelle di domani: esplorazione offshore, coordinamento tra Eni e Sonatrach, possibili volumi aggiuntivi nel medio periodo. Il problema è che nel breve periodo il mercato detta legge e chi ha il gas tende a venderlo dove rende di più. Se Algeri chiede di collocare l’eventuale surplus sul mercato spot, sta dicendo una cosa molto precisa: la solidarietà energetica non esiste, esiste il prezzo.
Questa crisi riporta il Mediterraneo al centro della politica di potenza. Per anni si è pensato che il baricentro energetico fosse altrove e che il Nord Africa fosse solo una periferia instabile. Oggi si scopre che quella periferia è in realtà una retrovia indispensabile. L’Algeria, e in misura potenziale anche la Libia, tornano a essere pezzi decisivi del puzzle europeo. Ma tornano in un contesto diverso da quello del passato: con l’Asia che compete sugli stessi volumi, con il Golfo militarizzato, con il mercato globale più teso e con l’Europa più debole.
Sul piano geoeconomico il significato è netto. Chi controlla le molecole disponibili controlla anche i margini di manovra politica degli importatori. Sul piano geopolitico, l’Algeria accresce il proprio peso perché diventa il punto di intersezione tra sicurezza energetica, stabilità del Mediterraneo e competizione intra europea. Sul piano strategico, l’Italia tenta di blindare la propria retrovia meridionale per evitare che la crisi del Golfo si trasformi in una crisi industriale e sociale interna.
La lezione finale è severa. La guerra contro l’Iran non ha colpito soltanto il Medio Oriente: ha colpito direttamente il modello energetico europeo. Ha mostrato che la diversificazione senza sovranità resta una dipendenza distribuita. Ha dimostrato che l’Unione Europea, quando i flussi si interrompono davvero, si scopre un insieme di concorrenti più che una comunità strategica. E ha restituito all’Algeria un potere che non nasce dalla sua forza assoluta, ma dalla debolezza strutturale dei suoi interlocutori.
Per l’Italia, dunque, il viaggio di Meloni ad Algeri vale più di un gesto diplomatico. È il riconoscimento implicito che la sicurezza nazionale, oggi, passa anche e soprattutto dai tubi, dai terminali, dai contratti e dai metri cubi. In tempi di guerra, l’energia non è mai solo energia. È politica estera, equilibrio sociale, leva industriale e, in ultima analisi, potere.