di Giuseppe Gagliano

In un contesto regionale segnato da instabilità crescente, l’Algeria rompe gli indugi e si prepara a varare un disegno di legge che ridefinisce, in profondità, il concetto di sicurezza nazionale. Dietro l’etichetta di “mobilitazione militare”, la proposta legislativa approvata dal Consiglio dei ministri ad aprile e presentata oggi dal ministro della Giustizia assume i tratti di una vera e propria dottrina di guerra ibrida permanente: coinvolgimento diretto delle istituzioni civili, sottomissione dell’economia al comando militare, messa in allerta del tessuto sociale.

Il presidente Abdelmadjid Tebboune ne ha parlato come di uno “strumento giuridico essenziale per affrontare ogni crisi”, non necessariamente bellica. Ma il riferimento implicito alle tensioni con Marocco e Mali, e ancor più l’incidente con un drone abbattuto lungo il confine sahariano, fanno emergere la dimensione bellica latente. L’Algeria si sente circondata. A nord-ovest, Rabat ha incassato il sostegno di Parigi al piano d’autonomia marocchino per il Sahara Occidentale, alimentando la frustrazione algerina e gettando nuova benzina sul fuoco dell’eterna contesa sul destino del Fronte Polisario. A sud, i rapporti con Bamako – ora saldamente nell’orbita russa – oscillano tra sfiducia e provocazioni.

In questa cornice si inscrive anche la presenza costante del Capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino nelle aree di confine, dove supervisiona esercitazioni e manovre. Segnali inequivocabili di una strategia di deterrenza attiva: mostrare i muscoli, consolidare le retrovie, inasprire la postura difensiva.

Il testo di legge tuttavia spaventa l’opinione pubblica interna. La possibilità di essere mobilitati in massa, il rischio che l’apparato militare invada le sfere dell’economia e dell’amministrazione civile, l’ombra di uno Stato d’eccezione a tempo indefinito: tutto questo riporta alla memoria non solo i decenni della guerra civile, ma anche la gestione autoritaria delle crisi. Il “potere militare” algerino, già protagonista silenzioso della transizione post-Bouteflika, torna così a imporsi come architrave della sovranità nazionale.

Sul piano internazionale l’Algeria rilancia la propria dottrina della “fortezza sahariana”. E nel vuoto lasciato dalla diplomazia francese, ormai sintonizzata sugli interessi marocchini, cerca di rafforzare alleanze alternative: Mosca, Teheran, e le reti africane del panafricanismo militante.

Il disegno di legge non è solo un testo normativo. È un manifesto geopolitico. Una dichiarazione d’intenti che sancisce il ritorno del paradigma securitario come fondamento dello Stato. In un Maghreb agitato da rivalità storiche e nuove ambizioni energetiche, l’Algeria sceglie la via della mobilitazione permanente. Con i rischi e i fantasmi che ne conseguono.