di Giuseppe Gagliano –
Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha smentito l’esistenza di un accordo militare segreto con la Tunisia. Si tratta della risposta politica a un’operazione di destabilizzazione costruita attorno a un documento di dubbia autenticità, capace però di insinuare un sospetto profondo: quello di una sovranità tunisina compressa e subordinata agli interessi di Algeri. Tebboune, intervenendo davanti alle due camere del Parlamento, ha parlato apertamente di tentativi di seminare discordia tra due Paesi legati da una cooperazione storica e da una sicurezza intrecciata.
Il punto di partenza è un accordo di cooperazione militare firmato il 7 ottobre, ufficialmente finalizzato a rafforzare addestramento congiunto, scambio di informazioni e coordinamento contro le minacce transfrontaliere. In assenza di dettagli pubblici, l’intesa ha alimentato letture allarmistiche. Tunisi ha provato a disinnescarle sostenendo che si tratta dell’aggiornamento di un accordo del 2001, adattato ai mutamenti regionali. Una spiegazione plausibile in un Maghreb attraversato da instabilità croniche, ma insufficiente a spegnere i sospetti in un contesto politico tunisino già fortemente polarizzato.
Il 17 dicembre compare online un presunto testo riservato che cambia il quadro: vi si ipotizza il diritto dell’esercito algerino a intervenire fino a cinquanta chilometri in territorio tunisino, con oneri logistici a carico di Tunisi e persino compensazioni in risorse naturali. Un impianto che descrive l’Algeria come forza d’intervento e la Tunisia come spazio subordinato. La narrazione colpisce un nervo scoperto, perché si innesta sulla repressione interna avviata dal presidente tunisino Kais Saied dal luglio 2021, quando ha concentrato su di sé i poteri dello Stato. In quel contesto, l’idea di una tutela militare esterna suona come un passo ulteriore verso la perdita di autonomia.
Il documento viene rilanciato da media stranieri, soprattutto marocchini e francesi, interessati a leggere l’asse Algeri–Tunisi come prova di un controllo politico regionale. Alcune ricostruzioni arrivano a evocare scenari da protettorato. Ma l’analisi tecnica smonta l’impianto: intestazioni errate, classificazioni incoerenti, riferimenti giuridici vaghi, date sbagliate, gradi militari e nomi dei ministri imprecisi. Elementi sufficienti per qualificare il testo come falso, ma non per annullarne l’effetto politico. Perché, nelle crisi contemporanee, la verosimiglianza conta più dell’autenticità.
Tebboune ha negato ogni interferenza e ribadito che l’esercito algerino non è mai entrato né entrerà in Tunisia. Ha però aggiunto un passaggio chiave: la sicurezza dei due Paesi è inseparabile. È una formula che chiude lo spazio alle fantasie di intervento unilaterale ma riafferma un dato strategico: Algeri considera Tunisi parte integrante del proprio perimetro di sicurezza. Non una subordinazione, bensì un’interdipendenza che l’Algeria difende anche sul piano politico, rifiutando qualsiasi allineamento tunisino a dinamiche regionali ostili, incluse le normalizzazioni con Israele.
Il caso del patto fantasma mostra come, nel Maghreb, la fragilità istituzionale e la competizione geopolitica rendano credibili anche le falsificazioni più grossolane. La cooperazione militare resta un fatto reale e necessario; la sua opacità, però, diventa terreno fertile per la disinformazione. In un’area dove la sovranità è tema sensibile e la legittimità interna è contestata, ogni documento inventato può trasformarsi in arma politica. E costringere i governi a difendersi non tanto dai fatti, quanto dalle loro ombre.




