di Giuseppe Gagliano –
L’incontro tra il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune e il ministro dell’Interno saudita Abdulaziz bin Saud non è una visita protocollare: è un segnale di riallineamento strategico in un Medio Oriente e in un Nord Africa attraversati da rivalità crescenti. Ufficialmente si parla di cooperazione in materia di sicurezza e di rafforzamento delle relazioni bilaterali. In realtà, il vertice indica una convergenza politica più profonda, alimentata dalle tensioni regionali e dal deterioramento dei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il messaggio implicito è chiaro: Riad cerca nuovi partner affidabili nel Maghreb, mentre Algeri coglie l’occasione per rafforzare il proprio peso regionale e riequilibrare le pressioni esterne.
Il contesto è dominato dalla competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ormai su traiettorie divergenti. Yemen, Sudan e Corno d’Africa sono diventati teatri di una rivalità sempre più esplicita, con Riad e Abu Dhabi schierate su fronti opposti e impegnate a costruire sfere di influenza parallele.
In questo quadro, l’Algeria assume un ruolo sensibile. Le accuse di Algeri agli Emirati – presunte interferenze, sostegno a reti destabilizzanti e contatti con movimenti separatisti – segnano un irrigidimento politico che potrebbe culminare in una rottura diplomatica. Il sospetto che Abu Dhabi favorisca il Movimento per l’autodeterminazione della Cabilia, direttamente o indirettamente, trasforma una questione interna algerina in un dossier geopolitico regionale.
La risposta algerina non è solo difensiva: è una dichiarazione di autonomia strategica e un tentativo di arginare influenze percepite come ostili.
Il riavvicinamento tra Algeri e Riad si inserisce anche in un più ampio rimescolamento africano. La Somalia ha recentemente interrotto i propri accordi con gli Emirati Arabi Uniti, in un contesto segnato dal dossier Somaliland e dalle tensioni legate a Israele. L’Arabia Saudita, muovendosi tra Organizzazione della cooperazione islamica, Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo, prova a posizionarsi come garante politico e diplomatico nel mondo arabo e musulmano.
La cooperazione militare con l’Algeria offre a Riad un vantaggio strategico: accesso a un Paese dotato di peso militare, autonomia diplomatica e centralità geografica tra Mediterraneo e Sahel. Per Algeri, significa rafforzare le proprie capacità di sicurezza e costruire una rete di alleanze che bilanci pressioni occidentali, emiratine e marocchine.
Il dossier militare non può essere separato da quello energetico. L’accordo da 5,4 miliardi di dollari tra Sonatrach e la compagnia saudita Midad Energy nel bacino di Illizi non è solo un investimento industriale: è un patto di lungo periodo che intreccia sicurezza energetica, presenza saudita in Nord Africa e strategia di modernizzazione algerina.
Per Algeri, l’intesa rappresenta un modo per attrarre capitali, tecnologia e visibilità internazionale. Per Riad, è una porta d’ingresso stabile in un mercato strategico e un tassello della propria proiezione globale nel settore degli idrocarburi. In un mondo in cui l’energia resta strumento di potere, questi accordi valgono quanto – e talvolta più – delle alleanze militari.
Il dialogo tra Algeria e Arabia Saudita segnala la possibile nascita di un asse politico alternativo a quello emiratino. Non si tratta di un blocco ideologico, ma di una convergenza pragmatica fondata su interessi comuni: stabilità interna, controllo delle interferenze esterne, influenza regionale e sicurezza energetica.
Nel breve periodo, questo riavvicinamento potrebbe irrigidire ulteriormente il confronto tra i poli del Golfo e riflettersi sulle dinamiche nordafricane. Nel medio periodo, apre la strada a una riorganizzazione degli equilibri arabi, in cui l’Algeria tenta di tornare protagonista e l’Arabia Saudita rafforza la propria immagine di potenza guida.
La cooperazione militare, in questo contesto, non è solo una questione di armi o addestramento: è il linguaggio con cui si ridefiniscono le alleanze, si misurano le distanze e si scrivono le nuove mappe del potere regionale.




