di Giuseppe Gagliano

Il Parlamento algerino si appresta a votare una legge che, nelle intenzioni dei suoi promotori, segna un passaggio simbolico e politico di grande portata: la criminalizzazione del dominio coloniale esercitato dalla Francia sull’Algeria tra il 1830 e il 1962. Non si tratta soltanto di un testo giuridico, ma di un’operazione di memoria che arriva in un momento di rapporti tesi tra Algeri e Parigi e che mira a ridefinire, una volta di più, i termini del confronto storico e politico tra i due Paesi.

La colonizzazione francese dell’Algeria è stata una delle più lunghe e violente della storia contemporanea. Oltre 130 anni segnati da repressione militare, espropriazioni sistematiche, discriminazione istituzionalizzata della popolazione musulmana indigena e da una guerra di indipendenza che ha lasciato dietro di sé un bilancio umano devastante: fino a un milione e mezzo di morti, migliaia di desaparecidos, milioni di sfollati. È su questo passato che il disegno di legge intende intervenire, trasformando il giudizio storico in un atto normativo.

Il testo, composto da cinque capitoli e ventisette articoli, si richiama esplicitamente ai principi del diritto internazionale che riconoscono il diritto dei popoli a un risarcimento legale e alla cosiddetta “giustizia storica”. L’obiettivo dichiarato è stabilire responsabilità, ottenere un riconoscimento ufficiale e delle scuse per i crimini del colonialismo, ponendo queste basi come condizione per una vera riconciliazione con la storia e per la tutela della memoria nazionale. In altre parole, l’Algeria chiede che il passato non resti confinato nella sfera simbolica, ma venga riconosciuto come fatto politico e giuridico.

Presentando il disegno di legge, il presidente dell’Assemblea nazionale del popolo, Ibrahim Boughali, ha parlato di una “pietra miliare decisiva” nell’Algeria moderna. Le sue parole sono state nette: non solo un atto legislativo, ma un gesto di sovranità, una presa di posizione morale e un messaggio politico inequivocabile. La colonizzazione, ha ricordato, non si è limitata al saccheggio delle risorse, ma ha prodotto politiche sistematiche di impoverimento, fame ed esclusione, finalizzate a spezzare la volontà del popolo algerino e a cancellarne identità e radici.

La reazione francese, almeno per ora, è il silenzio. Ma la posizione di Parigi è nota. Il presidente Emmanuel Macron ha più volte escluso l’ipotesi di scuse ufficiali per il periodo coloniale, sostenendo che il lavoro sulla memoria non debba tradursi in un atto di pentimento formale. Una linea che, se da un lato mira a evitare una resa dei conti senza fine, dall’altro continua a essere percepita ad Algeri come una rimozione politica del passato.

Il contesto rende tutto più delicato. Le relazioni franco-algerine sono attraversate da nuove tensioni, aggravate dal riconoscimento da parte di Parigi del piano marocchino di autonomia per il Sahara occidentale, una scelta che l’Algeria considera un affronto diretto ai principi di autodeterminazione che sostiene da decenni. A ciò si sono aggiunti incidenti diplomatici e crisi episodiche che hanno incrinato ulteriormente il dialogo.

In questo quadro, la legge sul colonialismo appare come uno strumento di pressione politica oltre che di riaffermazione identitaria. L’Algeria utilizza la memoria come leva strategica, riportando il passato al centro del presente per riequilibrare un rapporto che resta asimmetrico. Non è detto che questo porti a una riconciliazione più profonda con la Francia. Ma segnala con chiarezza che, per Algeri, il tempo dell’ambiguità storica è finito e che il nodo coloniale resta una questione aperta, tutt’altro che archiviata.