KYIV — In un campo di prigionia dell’Ucraina occidentale, un detenuto srilankese racconta ai ricercatori di Amnesty International la guerra che non aveva mai scelto. Era partito convinto di fare il cuoco per l’esercito russo. Poche settimane dopo era in trincea, poi nelle mani degli ucraini. «La dimensione dei combattimenti è inimmaginabile. Non vedi soldati ucraini, solo droni. Droni ovunque», dice. E aggiunge: «Non ci tornerei mai».

La sua storia è al centro del briefing che Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani con sede a Londra, ha pubblicato giovedì: la Russia recluta con l’inganno cittadini di Paesi poveri e li spedisce al fronte in Ucraina, e in molti casi — conclude l’organizzazione — si configura una tratta di esseri umani secondo la definizione del Protocollo di Palermo dell’Onu. «Le forze armate russe stanno rafforzando i propri ranghi con cittadini stranieri economicamente vulnerabili, usandoli come carne da cannone», ha detto la segretaria generale Agnès Callamard, che in un’intervista all’agenzia francese AFP ha rincarato: chi recluta per conto dello Stato russo «è complice di questo fenomeno e deve risponderne».

L’inchiesta poggia su sei visite ai campi per prigionieri di guerra nell’Ucraina occidentale tra il 2024 e il 2026 e su decine di colloqui, tra cui quelli con 15 cittadini di Paesi terzi catturati al fronte: brasiliani, colombiani, cubani, egiziani, srilankesi, somali, sudafricani, sierraleonesi. Il dato che pesa più di tutti: solo tre di loro sapevano di aver firmato un contratto militare e di dover combattere.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Annunci di lavoro online e agenti locali promettono impieghi civili — cuoco, autista, edilizia, informatica — o mansioni militari lontane dal fronte. Un camionista sudafricano, invitato a Mosca per un lavoro da autista, si è visto confiscare «tutto» all’arrivo. Poi passaporti e telefoni spariscono, e si firma. «Spesso in una lingua che non capiscono», spiega Callamard: i contratti sono scritti solo in russo, senza nessuno che li traduca. Chi cerca una via d’uscita viene minacciato. L’addestramento dura pochi giorni, la destinazione è la prima linea.

Ventottomila da 136 Paesi

Quanto è grande il fenomeno? Secondo le stime ucraine di aprile, nell’esercito russo servono oltre 28.000 stranieri provenienti da 136 Paesi — a novembre erano 18.000 —, ai quali si aggiungono i circa 14.000 soldati nordcoreani schierati da Mosca contro l’incursione ucraina nel Kursk del 2024. Centinaia di stranieri sono oggi prigionieri in Ucraina, e il numero cresce. La partita, per il Cremlino, è chiara: rimpolpare il fronte pescando tra i disperati del mondo evita una nuova mobilitazione in casa, politicamente costosissima.

I reclutatori lavorano anche dentro la Russia, sugli stranieri senza status legale: permesso di soggiorno o passaporto in cambio dell’arruolamento, oppure il servizio militare offerto come alternativa alla detenzione o all’espulsione a chi ha il visto scaduto. Anche l’Ucraina impiega combattenti stranieri, ma Amnesty non può verificarne le condizioni nei campi russi: nel Paese è designata «agente straniero» e non può operare. Mosca, che in passato ha respinto le accuse di costringere stranieri ad arruolarsi, giovedì non ha commentato.

Amnesty chiede agli Stati d’origine allerte pubbliche sui reclutamenti fraudolenti e azioni coordinate contro la tratta. La rete, intanto, arriva ovunque: tra i casi documentati c’è quello di un informatico brasiliano agganciato mentre lavorava in Australia, portato in un centro militare russo, privato di passaporto e telefono, e minacciato di carcere o di morte se avesse tentato la fuga.