di Giuseppe Gagliano

L’Arabia Saudita, colosso petrolifero del Medio Oriente, sta stringendo i bulloni della sua macchina economica per alimentare l’ambiziosa Vision 2030, il piano di trasformazione voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Al centro di questa strategia c’è Saudi Aramco, il gigante energetico che si prepara a vendere fino a cinque impianti di cogenerazione a gas, con accordi che potrebbero fruttare circa 4 miliardi di dollari. Ma non è solo una questione di liquidità: il Fondo Pubblico per gli Investimenti e il Ministero delle Finanze saudita stanno orchestrando una complessa riallocazione di capitale per coprire gli sforamenti di bilancio dei mega-progetti di Vision 2030, mentre il Regno naviga in acque turbolente, tra prezzi del petrolio in calo e deficit fiscale in crescita.

Saudi Aramco, il più grande produttore di petrolio al mondo, non è solo un’azienda energetica: è il motore finanziario del Regno. La decisione di vendere cinque impianti di cogenerazione a gas, che producono energia e calore per le operazioni petrolifere, risponde a una duplice esigenza. Da un lato, Aramco cerca di ottimizzare il proprio portafoglio, liberandosi di asset non strategici per concentrarsi su attività ad alto rendimento come l’espansione nel gas naturale e nelle rinnovabili. Dall’altro, la mossa risponde alle pressioni del governo saudita, che necessita di liquidità immediata per finanziare Vision 2030 e diversificare l’economia lontano dal petrolio.

Gli impianti in vendita sono infrastrutture mature che non rientrano più nei piani a lungo termine di Aramco, ma che possono attrarre investitori privati grazie alla loro redditività. Gli accordi, stimati in circa 4 miliardi di dollari, rappresentano solo una frazione del valore complessivo degli asset di Aramco, ma segnalano chiaramente la volontà del Regno di spremere ogni risorsa disponibile per sostenere le sue ambizioni. La vendita si inserisce in una strategia più ampia di disinvestimenti, che include anche la cessione di partecipazioni in altre infrastrutture energetiche come condutture e terminal portuali, per massimizzare i flussi di cassa.

Parallelamente, Aramco sta accelerando la transizione verso il gas naturale per alimentare la produzione elettrica, in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni del Saudi Green Initiative. Questo passaggio è considerato un ponte verso un futuro energetico più sostenibile, mentre il Regno punta a diventare un leader nelle rinnovabili, con progetti solari ed eolici che stanno attirando miliardi di dollari di investimenti.

Il Fondo Pubblico per gli Investimenti, guidato da Yasir Al-Rumayyan e presieduto da Mohammed bin Salman, è il cuore pulsante di Vision 2030. Con asset sotto gestione pari a oltre 940 miliardi di dollari nel 2024, il PIF è tra i più grandi fondi sovrani al mondo, ma la sua fame di capitale è insaziabile. La recente revisione degli obiettivi per il 2030, che ha fissato il target a oltre 2,6 trilioni di dollari di asset, riflette l’ambizione di trasformare il fondo in una potenza finanziaria globale.

Per raggiungere questi obiettivi, il PIF sta riallocando capitale attraverso una serie di mosse strategiche. Tra il 2022 e il 2023, il governo saudita ha trasferito l’8 per cento delle azioni di Aramco al PIF, portando la sua partecipazione al 16 per cento. Questo trasferimento, valutato circa 164 miliardi di dollari, ha rafforzato la capacità del fondo di generare dividendi, stimati in 19 miliardi di dollari solo nel 2024. Tuttavia, la mossa ha comportato un costo per il governo centrale, che detiene ancora oltre l’80 per cento di Aramco ma ha visto ridursi la propria quota di dividendi, creando un deficit stimato di 9 miliardi di dollari per il 2024.

Per colmare questo gap, il PIF ha emesso 7 miliardi di dollari in bond e sukuk nel 2024 e ha ottenuto una linea di credito sindacata da 15 miliardi di dollari da banche internazionali. Inoltre, il fondo sta riducendo gli investimenti esteri per concentrarsi su progetti domestici ad alto impatto, una strategia volta ad attrarre capitali privati per i mega-progetti di Vision 2030.

I beneficiari della ridistribuzione, ovvero i giga-progetti di Vision 2030 sono:

– I fondi raccolti alimentano progetti colossali come Neom, Qiddiya, The Red Sea e Expo 2030 Riyadh, dal valore complessivo di oltre 1 trilione di dollari.

– Neom: La città futuristica da 500 miliardi di dollari, con il progetto The Line, è stata ridimensionata ma resta una priorità strategica.

– Qiddiya: Polo culturale e di intrattenimento di oltre 370 km quadrati, punta a creare nuovi flussi turistici e occupazione giovanile.

– The Red Sea: Progetto di turismo di lusso con 50 hotel previsti entro il 2030, già operativo con tre resort alimentati da energia solare.

– Expo 2030 Riyadh: Considerato un catalizzatore per l’immagine internazionale del Regno, ha ricevuto finanziamenti protetti.

Il PIF sta inoltre investendo in settori strategici come energie rinnovabili, automotive e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di posizionare il Regno tra i leader globali entro il 2030.

La strategia di disinvestimento e riallocazione non è priva di rischi. Il deficit fiscale, previsto al 2,3 per cento del PIL nel 2025, e la volatilità dei prezzi del petrolio mettono sotto pressione il bilancio. La capacità di attrarre investimenti esteri resta incerta, con soli 8 miliardi di dollari di IDE nel 2022 contro un obiettivo di 100 miliardi entro il 2030.

In un contesto di tensioni geopolitiche e crescente competizione globale, l’Arabia Saudita deve bilanciare crescita interna e rapporti strategici con attori come Stati Uniti e Cina. Vision 2030 rappresenta la scommessa del secolo: il futuro del Regno dipenderà dalla sua capacità di tradurre queste ambizioni in risultati concreti.