di Giuseppe Gagliano –

L’accordo di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita apre una questione che supera la costruzione di centrali per la produzione di energia: la possibilità che Riad acquisisca progressivamente capacità autonome nel ciclo del combustibile nucleare, compreso, a determinate condizioni, l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio.

Una simile evoluzione non significherebbe automaticamente che l’Arabia Saudita intenda costruire un’arma atomica. L’acquisizione di impianti, competenze tecniche e personale specializzato potrebbe tuttavia ridurre la distanza tecnologica tra un programma esclusivamente civile e una futura capacità nucleare militare.

La distinzione è importante perché il rischio di proliferazione non dipende soltanto dalla percentuale di arricchimento raggiunta, ma dalla disponibilità delle infrastrutture e delle conoscenze necessarie a controllare il ciclo del combustibile.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha del resto dichiarato in passato che, qualora l’Iran ottenesse un’arma nucleare, l’Arabia Saudita sarebbe pronta a fare altrettanto. Il programma energetico saudita deve quindi essere valutato anche all’interno della competizione strategica regionale.

La questione mette Washington davanti a una contraddizione politica. Gli Stati Uniti hanno considerato per anni l’arricchimento iraniano a livelli elevati come uno dei principali problemi di sicurezza del Medio Oriente, mentre nei rapporti con Riad potrebbero accettare in futuro capacità che, pur sottoposte a controlli e condizioni differenti, avrebbero comunque un valore strategico.

La differenza fondamentale per Washington riguarda il rapporto politico con i due Paesi. L’Arabia Saudita è un partner degli Stati Uniti e un elemento centrale della loro strategia regionale, mentre l’Iran rimane un avversario.

Questa distinzione può essere comprensibile dal punto di vista geopolitico, ma solleva interrogativi sul principio di non proliferazione. Le alleanze e i governi possono cambiare, mentre le infrastrutture nucleari e le competenze acquisite rimangono disponibili per decenni.

Il presidente Donald Trump ha assicurato pubblicamente che l’accordo non comporterebbe l’arricchimento dell’uranio in Arabia Saudita. Le modalità con cui potrebbe evolvere la cooperazione saranno quindi decisive per stabilire se questa esclusione rimarrà permanente oppure se potranno essere introdotte in futuro deroghe attraverso ulteriori negoziati e verifiche.

Anche il ruolo del Congresso assume particolare importanza. Qualsiasi intesa che permettesse a Riad di sviluppare capacità sensibili sarebbe inevitabilmente sottoposta a un confronto politico negli Stati Uniti, soprattutto per le conseguenze sulla sicurezza regionale e sui rapporti con Israele.

Accanto alla questione della proliferazione esiste però un’importante dimensione industriale. Il programma nucleare saudita potrebbe generare contratti per decine di miliardi di dollari nella costruzione delle centrali, nella fornitura del combustibile, nella manutenzione, nella formazione del personale e nei sistemi di sicurezza.

Washington vuole evitare che un mercato di queste dimensioni venga conquistato dalla Russia o dalla Cina. Un ruolo dominante delle imprese americane consentirebbe agli Stati Uniti di rafforzare la propria industria nucleare civile e contemporaneamente di mantenere il programma saudita all’interno di una filiera tecnologica occidentale.

Riad, dal canto suo, punta a evitare una nuova forma di dipendenza. L’obiettivo saudita non consiste soltanto nell’acquistare centrali, ma anche nell’acquisire conoscenze, formare personale nazionale e sviluppare progressivamente capacità industriali autonome.

Le offerte provenienti da Cina e Russia costituiscono quindi anche uno strumento negoziale. L’Arabia Saudita può utilizzare la concorrenza tra le grandi potenze per ottenere dagli Stati Uniti migliori condizioni economiche, maggiore trasferimento tecnologico e più ampi margini di autonomia.

L’accordo nucleare diventa così parte di una competizione geoeconomica nella quale Washington offre tecnologia e accesso alla propria industria in cambio di influenza strategica, mentre Riad mette sul tavolo investimenti e contratti in cambio di una crescente sovranità tecnologica.

Un eventuale sviluppo di capacità saudite di arricchimento avrebbe inoltre conseguenze sull’intero Medio Oriente. L’Iran potrebbe utilizzare il precedente per sostenere la legittimità delle proprie infrastrutture nucleari, denunciando l’applicazione di criteri differenti agli alleati e agli avversari degli Stati Uniti.

Anche Turchia ed Egitto potrebbero rivalutare nel lungo periodo l’opportunità di sviluppare maggiori capacità autonome nel settore nucleare qualora la regione si orientasse verso la presenza di più Stati dotati delle tecnologie necessarie a raggiungere rapidamente una capacità militare potenziale.

Particolarmente delicata sarebbe la posizione di Israele, considerato l’unico Paese del Medio Oriente dotato di armi nucleari, pur mantenendo una politica ufficiale di ambiguità. Le attuali relazioni con Riad non eliminano infatti le preoccupazioni legate alla possibilità che infrastrutture strategiche costruite oggi rimangano disponibili anche in presenza di futuri cambiamenti politici.

Il sistema di verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sarà quindi uno degli elementi decisivi. Maggiori saranno le possibilità di controllo sugli impianti e sulle attività nucleari saudite, minore sarà il rischio che capacità civili vengano utilizzate clandestinamente per finalità militari.

Il problema rimane tuttavia politico oltre che tecnico. Gli Stati Uniti cercano di impedire agli avversari di acquisire capacità nucleari sensibili e contemporaneamente di gestire quelle eventualmente sviluppate dagli alleati attraverso accordi, ispezioni e garanzie.

Una strategia di questo tipo può rafforzare nel breve periodo il rapporto tra Washington e Riad e limitare l’espansione tecnologica di Russia e Cina nel Golfo. Nel lungo periodo rischia però di indebolire la credibilità del principio secondo cui la proliferazione deve essere contrastata attraverso criteri applicabili indipendentemente dagli schieramenti geopolitici.

Il futuro dell’accordo dipenderà quindi dalle condizioni concrete imposte all’Arabia Saudita. Se Riad resterà dipendente dalla fornitura esterna del combustibile, i rischi saranno più contenuti. Se invece acquisirà progressivamente capacità autonome di arricchimento, il Medio Oriente potrebbe avvicinarsi a un sistema nel quale più Paesi, pur senza possedere formalmente la bomba, dispongono delle conoscenze e delle infrastrutture necessarie per ridurre i tempi necessari a costruirla.