di Giuseppe Gagliano –
L’aumento della produzione di petrolio previsto dall’Arabia Saudita rappresenta una minaccia significativa per l’economia di guerra della Russia, in quanto comprometterebbe gravemente le sue entrate dai combustibili fossili, una fonte vitale per finanziare il conflitto contro l’Ucraina.
L’Arabia Saudita, tradizionalmente un sostenitore di politiche volte a mantenere alti i prezzi del petrolio, sembra aver cambiato strategia, puntando ora ad aumentare la produzione per consolidare la sua posizione di leadership globale.
Tale decisione, se attuata, porterebbe inevitabilmente a una riduzione dei prezzi del petrolio, danneggiando direttamente l’economia russa, che nel 2022 ha visto il 42% delle sue entrate derivare da petrolio e gas. La Russia, nonostante le sanzioni occidentali, è riuscita a mantenere alte le esportazioni di petrolio grazie a una “flotta ombra” di vecchie navi e a scappatoie commerciali con Paesi come Turchia, Cina e India, che raffinano il greggio russo per poi rivenderlo esente da sanzioni. Tuttavia, una riduzione prolungata del prezzo del greggio rappresenterebbe un duro colpo per il Cremlino, che potrebbe trovarsi costretto a tagliare la spesa pubblica o affrontare un’inflazione galoppante. L’aumento della produzione da parte di Riad potrebbe quindi innescare un effetto domino, destabilizzando ulteriormente l’economia russa e mettendo in discussione la sua capacità di sostenere a lungo termine lo sforzo bellico in Ucraina. Nonostante ciò, appare improbabile che la Russia, anche in una situazione di calo delle entrate, decida di ritirarsi dal conflitto, data la sua dipendenza strategica dal petrolio e i piani a lungo termine per mantenere la produzione ai massimi livelli fino al 2050.




