di Giuseppe Gagliano –
Il messaggio è semplice: il fianco settentrionale dell’Alleanza non può più vivere di rotazioni stagionali e buone intenzioni. Con il patto di Lunna House firmato nel dicembre 2025, Regno Unito e Norvegia trasformano la presenza militare britannica nel Grande Nord da “spedizione d’inverno” a postura permanente. I Royal Marines torneranno nel Circolo Polare e, soprattutto, opereranno in Norvegia tutto l’anno, non più soltanto nei mesi freddi.
Il dispiegamento viene presentato come primo passo operativo dell’accordo: 1.500 uomini, mezzi fuoristrada ed elicotteri della componente elicotteristica dei reparti d’assalto. Un ritorno che ha anche un valore simbolico: la deterrenza, nell’Artico, non è un annuncio. È una continuità.
Dietro la narrativa ufficiale c’è un tema che negli ultimi anni è diventato ossessione: la guerra sotto la superficie. La NATO parla apertamente di contrasto alla crescita dell’attività subacquea russa e di protezione delle infrastrutture critiche sui fondali. Tradotto: cavi, condotte, sensori, nodi di comunicazione e di energia. Se nel Baltico la vulnerabilità è evidente, nell’Atlantico del Nord e nei mari artici la questione è ancora più delicata perché distanze e condizioni meteo trasformano ogni intervento in un’operazione complessa.
Londra e Oslo puntano dunque su capacità antisommergibile e sulla caccia alle mine, con un’attenzione particolare ai sistemi senza equipaggio e ai veicoli autonomi per pattugliare gli abissi. Non è una moda tecnologica: è una necessità operativa. Se devi controllare un ambiente ostile, vasto e poco accessibile, aumentare l’autonomia delle piattaforme e ridurre l’esposizione umana diventa un moltiplicatore di potenza.
La scelta norvegese è anche geografica: dal 2023 esiste un centro operativo britannico, Camp Viking, a Øverbygd, non lontano da Tromsø. Ora quella presenza si traduce in una forza più strutturata che opererà lungo coste e montagne della Norvegia settentrionale, in un ambiente dove logistica, comunicazioni e mobilità sono già metà della battaglia.
Qui entra in gioco l’esercitazione Cold Response 2026, pensata per dimostrare unità e capacità di scoraggiare minacce nell’estremo Nord. Non è solo addestramento: è un messaggio politico in uniforme. E non è solo bilaterale: i britannici lavoreranno con norvegesi e con i Marines dei Paesi Bassi, con l’idea di rendere interoperabile ciò che oggi è spesso solo “coordinato”.
Il patto di Lunna House si inserisce in un quadro più ampio: la Russia continua a rafforzare la propria postura artica e, secondo la lettura occidentale, cresce anche il livello di cooperazione militare tra Mosca e Pechino. L’Artico diventa così un teatro dove si sovrappongono tre partite: difesa del territorio alleato, controllo delle rotte e protezione delle infrastrutture.
Quando l’Alleanza parla di “ordine internazionale basato sulle regole” e di libertà di navigazione, sta dicendo una cosa concreta: nel Nord si vogliono evitare zone grigie dove qualcuno possa imporre fatti compiuti, magari senza sparare un colpo ma mettendo pressione con presenza navale, pattugliamenti, esercitazioni e sorveglianza subacquea.
La dimensione geoeconomica è meno spettacolare ma più pesante. Difendere il Nord significa difendere l’affidabilità di collegamenti energetici e digitali che reggono economie e apparati militari. Un’interruzione mirata su un’infrastruttura sottomarina può produrre effetti a catena su mercati, trasporti, comunicazioni, servizi finanziari. Ecco perché il controllo dei fondali è diventato un tema “da bilancio” oltre che “da stato maggiore”.
In parallelo, l’Artico resta una promessa di rotte più brevi e di accesso a risorse: non è necessario che quelle promesse diventino realtà domani per spingere gli attori a posizionarsi oggi. In geoeconomia spesso conta il potenziale, perché il potenziale orienta investimenti, alleanze e posture.
Il cuore politico-industriale dell’accordo è l’idea di una flotta congiunta e intercambiabile di fregate antisommergibile avanzate nell’Atlantico del Nord, fino ad arrivare a una “famiglia” di almeno 13 fregate di tipo 26. Qui la difesa diventa anche industria: standard comuni, manutenzione integrata, addestramento condiviso, catene di fornitura più solide.
C’è un effetto collaterale che spesso è l’obiettivo vero: legare due Paesi con un progetto lungo, costoso e difficile da smontare. Le navi non si cambiano come un governo: quando investi in piattaforme, sistemi e dottrine comuni, crei dipendenza reciproca e stabilizzi l’alleanza.
Questo schieramento non annuncia una guerra imminente, ma segnala che l’Artico non è più periferia. È diventato frontiera. La presenza permanente britannica in Norvegia serve a dire a Mosca che lo spazio di manovra si restringe e serve a dire agli alleati che il Nord non sarà lasciato scoperto.
E serve anche a un’ultima cosa, meno dichiarata: trasformare la deterrenza in abitudine. Perché nel Grande Nord, più che le parole, contano le routine operative. E una routine militare, quando è credibile, è già una scelta politica.












