di Dariush Rahiminia * –

La notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992 purtroppo non dice nulla alla maggior parte della popolazione mondiale, tuttavia non verrà mai dimenticato dal popolo dell’Azerbaigian. In quell’infame notte le forze armate dell’Armenia attaccarono la città di Khojaly, nel Karabakh, massacrando senza pietà 613 civili azerbaigiani, tra cui 106, 63 bambini e 70 anziani, tutti innocenti e indifesi. Uno dei testimoni del genocidio, riportato dal giornalista Gazanfar Pashayev, ricorda così gli eventi avvenuti: “Quando ho aperto gli occhi ho visto dei cadaveri ovunque e ho pensato: Oh mio Dio, quanti morti! È lì che mi sono reso conto di quanto fosse selvaggio un armeno”.

Non bisogna dimenticare Khojaly! E a tal proposito mercoledì 22 febbraio il senatore Giuliomaria Terzi di Sant’Agata, presidente Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato, ha dato il via ai lavori della conferenza “L’importanza della giustizia per la riconciliazione e il peace-building, 31 anni dopo la tragedia di Khojali”, presso la Sala Caduti di Nassiriya di Palazzo Madama. Oltre a Terzi vi è stata la partecipazione di Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana Diritti Umani – Comitato Italiano Helsinki, di Salvatore Sallemi, del Consigliere del MAECI Emanuele Farruggia e dell’ambasciatore azero in Italia Rashad Aslanov. Nel suo discorso, dopo aver sottolineato l’importanza storica dell’infausto evento e la necessità di renderne giustizia, Terzi ha citato la Dichiarazione Trilaterale, firmata dai leader di Azerbaigian, Armenia, e Russia nel 2020, che ha posto fine al conflitto tra Armenia ed Azerbaigian ed ha evidenziato anche l’importanza della lotta alla disinformazione che purtroppo affligge la società odierna. Ha inoltre fatto riferimento alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa a Khojaly del 2010 affermando che “Abbiamo l’onore di ricordare i fatti di Khojaly, per il diritto internazionale e per la giustizia internazionale. È la giustizia internazionale a fare da deterrente a termine”.

A seguire il professor Antonio Stango ha ricordato l’escalation dell’illegale occupazione dei territori dell’Azerbaigian da parte delle forze armate dell’Armenia, di cui Khojaly è stata una diretta e tragica conseguenza, sottolineando come la conferenza sia inserita all’interno nel percorso iniziato con la Coalizione di Roma dell’iniziativa “Riconoscere per Riconciliare”, avviata lo scorso anno in questa stessa ricorrenza, quando venne firmata la Dichiarazione della Coalizione internazionale.

Successivamente il senatore Salvo Sallemi ha fatto notare al pubblico diversi parallelismi tra la storia azerbaigiana e quella italiana e ha sottolineato come quel che è avvenuto a Khojaly non sia stato altro che un tentativo di pulizia etnica, il quale triste ricordo dovrebbe essere un auspico affinché certe aggressioni non si ripetano mai più.

Il consigliere Emanuele Farruggia, non senza emozione, ha raccontato al pubblico i suoi anni lavorativi viennesi presso l’OSCE, dove si è occupato dell’ex-conflitto tra Armenia ed Azerbaigian, sottolineando come, nonostante siano perdurati per quasi trent’anni, i tentativi di negoziati non hanno purtroppo portato ad alcun risultato. Il consigliere ha concluso citando il libro di Thomas de Waal, “Black Garden”, dove il giornalista britannico riporta di un’intervista dell’ex-Presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan dove di fatto confessava le responsabilità dell’Armenia per la strage di Khojaly.

Dal pubblico ha chiesto la parola il professor Daniel Pommier Vincelli, il quale ha brevemente riportato le conseguenze indirette dell’occupazione armena dei territori dell’Azerbaigian, ovvero il milione di profughi interni azerbaigiani che per circa trent’anni non hanno potuto far ritorno alle proprie case.

Nel concludere la conferenza l’ambasciatore Aslanov ha sottolineato nuovamente l’importanza di non dimenticare il passato e di come sia doveroso parlare della realtà. Ovverosia bisogna riconoscere che in quella notte del 1992 a Khojaly si è svolto un genocidio. Un massacro insensato che ha avuto come bersaglio la parte più debole della popolazione, ossia bambini e anziani. Il diplomatico ha inoltre ricordato che la Dichiarazione Trilaterale del 2020, il quale ha fatto finalmente cessare il conflitto nel Karabakh, ha gettato le basi per normalizzare i rapporti interstatali tra l’Azerbaigian e l’Armenia, ma che porre fine all’impunità è necessario per la giustizia, la pace, la verità, la riconciliazione e i diritti umani delle vittime, oltre che ai fini della responsabilità penale individuale per crimini gravi.

Comunque sia, lo spirito della popolazione azerbaigiana andrà avanti ma non potrà mai smettere di ripensare alla grave ferita subita e il minimo che il mondo possa fare è non dimenticare mai Khojaly.

* PhD in Storia dell’Europa.