di Giuseppe Gagliano

Il Bangladesh tornerà alle urne il 12 febbraio, per la prima volta dopo la rivolta studentesca che ha travolto il lungo dominio di Sheikh Hasina e aperto una fase di transizione guidata da Muhammad Yunus. Non è una semplice scadenza elettorale: è il tentativo di riportare la politica dentro istituzioni svuotate da anni di potere personalizzato, repressione e consenso amministrato. Yunus parla di “traguardo democratico”, ma il calendario elettorale arriva sotto pressione, tra proteste per i ritardi delle riforme e il rischio di nuove mobilitazioni fomentate dagli esclusi del vecchio sistema.

Il quadro resta instabile. Il presidente Mohammed Shahabuddin, espressione dell’Awami League e figura formalmente cerimoniale ma costituzionalmente comandante in capo delle forze armate, ha annunciato le dimissioni dopo il voto, denunciando un isolamento politico che fotografa la frattura tra passato e presente. L’esercito, arbitro storico delle crisi bangladesi, ha scelto finora il passo indietro: una scelta decisiva che ha impedito la saldatura tra caos politico e tentazione autoritaria, ma che resta reversibile se il processo elettorale dovesse deragliare.

Il voto parlamentare sarà accompagnato da un referendum sulla “Carta di luglio”, il pacchetto di riforme nato dopo i disordini. Limitazione dei poteri dell’esecutivo, rafforzamento della magistratura e delle autorità elettorali, freni all’abuso delle forze dell’ordine, maggiore rappresentanza femminile e diritti fondamentali più tutelati: sulla carta è un tentativo di rifondazione dello Stato. Nella realtà, è il banco di prova della capacità del Paese di spezzare il circolo vizioso tra governo forte e istituzioni deboli.

Il Partito Nazionalista del Bangladesh di Khaleda Zia appare favorito. Nazionalismo bengalese, liberalismo economico e lotta alla corruzione sono i pilastri di una proposta che intercetta il bisogno di normalità dopo l’eccezione. Ma il partito paga leadership fragili: la salute dell’ex premier e l’assenza del figlio Tarique Rahman, ancora in esilio, pesano sull’organizzazione. Alle spalle del BNP avanza Jamaat-e-Islami, tornato sulla scena dopo anni di messa al bando. Il suo islamismo politico, oggi rivestito di retorica anticorruzione e anti-élite, intercetta un malcontento profondo, soprattutto nelle aree urbane popolari. Il National Citizen Party, nato dalla rivolta studentesca, resta invece un simbolo più che una forza: programma ambizioso, ma struttura debole e risorse limitate.

La stabilità politica è una precondizione economica. Il Bangladesh vive di esportazioni tessili, settore colpito dalle turbolenze interne, dalle interruzioni produttive e dalla diffidenza dei mercati. Senza un governo legittimato e riforme credibili, il rischio è una fuga degli ordini, pressione sulla valuta e tensioni sociali. La lotta alla corruzione e il ripristino di regole certe sono richieste non solo dagli elettori, ma anche dagli investitori.

La caduta di Hasina ha incrinato il rapporto privilegiato con Nuova Delhi, aprendo spazi alla Cina. Pechino osserva e investe, pronta a rafforzare infrastrutture e credito. L’India teme un Bangladesh meno allineato e più permeabile all’influenza cinese. Il voto diventa così anche un passaggio geoeconomico: scegliere se riequilibrare i legami regionali o spostare l’asse, con ricadute su porti, corridoi logistici e catene del valore.

Sul piano strategico-militare, la postura dell’esercito resta decisiva. La promessa di neutralità è credibile finché il processo politico regge. Un’escalation di disordini, invece, riaprirebbe lo spazio a “soluzioni d’ordine” già viste nella storia del Paese. La sicurezza interna è dunque il vero termometro della transizione.

Il 12 febbraio non chiuderà la crisi bangladese. La aprirà, semmai, a una fase in cui il voto dovrà tradursi in governo efficace, riforme applicate e relazioni esterne riequilibrate. Dopo la rivolta, il Bangladesh ha l’occasione di scegliere se tornare a una democrazia procedurale o costruire, finalmente, istituzioni capaci di reggere il conflitto politico senza implodere. Il risultato dirà se la piazza è diventata Stato o se resta solo una parentesi.