Bangladesh. La “Carta di luglio” e la fragile transizione politica

di Giuseppe Gagliano –

La firma della “Carta di luglio” rappresenta uno dei passaggi più significativi della delicata transizione politica in Bangladesh dopo la rivolta studentesca del 2024. Il documento, sostenuto da una larga parte dei partiti politici il 17 ottobre, mira a riformare le istituzioni e a dare un riconoscimento costituzionale al movimento di protesta che costrinse Sheikh Hasina a fuggire in India. Ma dietro la cerimonia ufficiale si è consumata una giornata di forti tensioni e fratture politiche.
Tra i firmatari figuravano esponenti del Partito Nazionalista del Bangladesh, del partito islamista Jamaat-e-Islami e di varie formazioni centriste e regionali. A mancare è stato però il National Citizens Party (NCP), guidato da studenti e gruppi di sinistra, che ha boicottato l’evento accusando il governo ad interim di non fornire garanzie vincolanti per l’attuazione delle riforme promesse.
Secondo l’esecutivo di transizione guidato dal premio Nobel Muhammad Yunus, la firma della Carta rappresenta un passo verso la normalizzazione politica e l’organizzazione delle elezioni previste per febbraio 2026. Tuttavia, le opposizioni denunciano un processo incompleto e non inclusivo. Il coordinatore dell’NCP, Nahid Islam, ha dichiarato che “la firma da parte di alcuni partiti non costituisce unità nazionale”.
Fuori dal luogo dell’evento, famiglie delle vittime della rivolta hanno organizzato una protesta chiedendo giustizia per le uccisioni e le torture avvenute durante il governo della Lega Awami. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere i dimostranti, provocando diversi feriti. Le violenze ricordano episodi analoghi avvenuti a luglio, quando almeno quattro persone morirono durante uno scontro tra forze di sicurezza e sostenitori dell’ex premier Hasina.
Un emendamento dell’ultimo minuto ha aggiunto alla Carta un impegno formale a perseguire i responsabili di sparizioni, omicidi e torture compiuti sotto il precedente governo. La promessa di giustizia per le vittime della rivolta di luglio-agosto 2024 ha l’obiettivo di rafforzare la legittimità del processo politico, ma resta da verificare se si tradurrà in misure concrete.
La figura di Hasina, condannata in contumacia per oltraggio alla corte, continua a pesare sull’arena politica. L’ex premier, rifugiata in India, rappresenta ancora un polo di riferimento per una parte consistente della popolazione e mantiene una rete di alleati pronta a riattivarsi in caso di crisi.
La storia politica del Bangladesh è dominata da due dinastie: l’Awami League di Hasina e il Partito Nazionalista di Khaleda Zia. La rivolta del 2024 ha scardinato questo duopolio ma non ha ancora prodotto un sistema stabile. L’attuale fase di transizione è segnata da polarizzazione politica, tensioni di piazza e da una diffusa sfiducia verso le istituzioni.
Yunus ha promesso elezioni trasparenti e riforme democratiche, ma il clima resta fragile. Senza una reale inclusione dei movimenti studenteschi e delle forze di sinistra, la Carta rischia di diventare un accordo di vertice incapace di consolidare la pace sociale.
La mancata adesione dell’NCP e la persistenza di proteste di piazza segnalano che la frattura tra società e politica resta profonda. L’esito di questo processo dipenderà dalla capacità del governo transitorio di trasformare la Carta in un progetto condiviso e credibile, evitando che le elezioni del 2026 si trasformino in un nuovo momento di scontro.
La firma della Carta, pur simbolicamente importante, non basta da sola a garantire stabilità: il Bangladesh si trova di fronte a un bivio tra consolidamento democratico e ritorno alla spirale di violenza politica che ha segnato la sua storia recente.