di Giuseppe Gagliano –
Un jet da addestramento dell’aeronautica militare del Bangladesh si è schiantato su una scuola a Dhaka il 21 luglio, provocando una strage: 31 morti, tra cui almeno 25 bambini, e oltre 160 feriti. La tragedia ha scatenato proteste diffuse nella capitale, dove centinaia di studenti sono scesi in piazza chiedendo giustizia e responsabilità.
L’aereo, un F-7 BGI di fabbricazione cinese, aveva appena decollato dalla base aerea A.K. Khandaker quando un guasto tecnico lo ha reso ingovernabile. Il pilota, il tenente di volo Mohammed Toukir Islam, al suo primo volo in solitaria, avrebbe tentato di allontanare il velivolo dalle aree densamente popolate, ma l’impatto contro la Milestone School and College è stato inevitabile. L’impatto ha generato un incendio devastante che ha intrappolato decine di alunni nei corridoi della scuola. Molti erano bambini sotto i 12 anni, pronti a tornare a casa dopo le lezioni.
Tra i caduti, un’insegnante eroina: Maherin Chowdhury, che ha salvato oltre 20 studenti prima di soccombere alle ustioni. La sua storia è diventata il simbolo di una tragedia che scuote le coscienze.
La rabbia è esplosa il giorno dopo. Studenti e cittadini hanno preso d’assalto le strade di Dhaka, puntando il dito contro il governo e l’aeronautica militare per l’utilizzo di jet da addestramento in zone densamente abitate. Le richieste sono chiare: stop ai voli militari sopra la città e revisione delle procedure di sicurezza.
Quando due funzionari governativi hanno visitato il luogo dell’incidente, le proteste sono degenerate. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e manganelli per disperdere la folla, ferendo decine di persone. Testimoni parlano di circa 80 studenti colpiti durante le cariche.
Il velivolo coinvolto, l’F-7 BGI, rappresenta l’ultima evoluzione di un progetto risalente all’era sovietica. Costruito su licenza cinese del MiG-21, l’aereo è stato consegnato al Bangladesh tra il 2011 e il 2013. Critiche emergono ora contro l’uso di mezzi considerati obsoleti per l’addestramento dei piloti, soprattutto in contesti urbani ad alta densità come Dhaka.
L’amministratore ad interim Muhammad Yunus ha proclamato una giornata di lutto nazionale, con bandiere a mezz’asta e preghiere in tutto il Paese. Le autorità hanno promesso un’inchiesta completa e la pubblicazione di un elenco ufficiale delle vittime. È stata anche annunciata una revisione dei protocolli di volo per evitare che aerei militari sorvolino zone popolate.
La tragedia ha esposto le fragilità di un Paese dove la rapidità dell’urbanizzazione si scontra con infrastrutture militari e civili spesso inadeguate. L’aeronautica militare, impegnata in programmi di modernizzazione, si trova ora sotto pressione per garantire sicurezza e trasparenza.
L’incidente di Dhaka non è solo un tragico errore tecnico: è il segnale di un Paese che deve fare i conti con le proprie scelte in materia di sicurezza e governance. Tra la rabbia delle strade e le promesse del governo, il Bangladesh si trova davanti a un bivio: riformare profondamente le sue istituzioni o rischiare che tragedie simili si ripetano.




