di Simone Frusciante –
Lo scorso 17 novembre l’International Crimes Tribunal di Dacca ha condannato l’ex Prima Ministra del Bangladesh Sheikh Hasina a morte in contumacia, ritenendola responsabile, tra gli altri, di crimini contro l’umanità in relazione alle sanguinose proteste dello scorso anno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato oltre 1.400 vittime.
In una dichiarazione rilasciata dopo la sentenza, Hasina ha affermato che essa sia stata politicamente motivata e che il processo non sia stato svolto in modo equo, preoccupazione peraltro espressa anche da diverse organizzazioni per i diritti umani. Pur ammettendo che la risposta delle forze di sicurezza fosse sproporzionata, Hasina ha negato di aver ordinato l’uccisione dei manifestanti.
Alla lettura del verdetto, dimostrazioni di giubilo sono esplose in aula nonché nelle strade di Dacca e di altre città del paese. Momenti di tensione sono stati anche registrati tra polizia e manifestanti, dal momento che questi ultimi si muovevano verso l’ex residenza del padre di Sheikh Hasina e fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, la quale è stata data alle fiamme diverse volte dallo scorso anno. Ciò ha suscitato inquietudine sullo stato della sicurezza nella nazione.
Dopo la precipitosa fuga avvenuta il 5 agosto 2024 al culmine delle proteste popolari, Sheikh Hasina si è rifugiata nella vicina India, dove vive in esilio da allora grazie all’asilo concessole dal governo di Nuova Delhi. In ragione della condanna a morte emessa contro l’ex Premier, il Bangladesh ne ha reclamato l’estradizione, richiesta che era già stata avanzata altre volte.
Il governo indiano ha reso noto di aver “preso atto” del verdetto, senza però dare una risposta precisa in merito alle sue intenzioni. Ciononostante, risulta altamente improbabile che il paese procederà ad estradare Sheikh Hasina, in quanto ella è a lungo stata una dei principali alleati regionali dell’India nel corso dei suoi 15 anni al potere.
Dal canto suo, Dacca sostiene che Nuova Delhi abbia l’obbligo di consegnare Hasina in virtù di un trattato bilaterale sull’estradizione siglato dai due paesi nel 2013. Tuttavia, l’India potrebbe avvalersi di una disposizione presente nel trattato, la quale riguarderebbe il possibile rifiuto di estradizione nei casi in cui il reato sia di carattere politico.
Il governo ad interim guidato dal Premio Nobel Muhammad Yunus, insediatosi pochi giorni dopo la fuga di Hasina, ha affermato che la mancata estradizione dell’ex Premier rappresenterebbe un “grave atto ostile” da parte dell’India, che darebbe asilo a una latitante accusata di crimini contro l’umanità. Ciò, dunque, rischia di peggiorare ulteriormente i rapporti tra i due vicini.
Le relazioni tra India e Bangladesh hanno subìto un progressivo deterioramento dallo scorso anno, in primo luogo dovuto alla permanenza di Hasina a Nuova Delhi, ma anche all’avvicinamento di Dacca allo storico arcirivale pakistano e alla Cina. In aggiunta, il governo indiano ha ripetutamente lanciato l’allarme sulla crescita dell’estremismo islamico in Bangladesh e sull’aumento degli attacchi contro le minoranze religiose, in particolar modo quella indù.
Il Bangladesh sta vivendo attualmente una fase di transizione molto delicata, in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi nel febbraio 2026. Yunus ha infatti cercato di coinvolgere tutte le forze di opposizione all’ex Premier nella stesura di una nuova Costituzione, al fine di compiere un profondo processo di riforma nel paese. Permangono, tuttavia, numerose insidie, come il ripetuto ricorso alla persecuzione politica che aveva già caratterizzato gli anni di Hasina al potere.
Il governo ad interim ha infatti deciso di escludere l’Awami League, partito di Hasina, dalle elezioni; ciò ha scatenato un’ondata di proteste in tutta la nazione, con una dura repressione da parte delle forze di sicurezza. Inoltre, continuano a registrarsi episodi di violenza quali rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali, come denunciato da numerose organizzazioni per i diritti umani.
La difficile situazione interna in Bangladesh, unita alla crisi nelle relazioni bilaterali con l’India, la quale si appresta ad intensificarsi laddove il governo di Nuova Delhi scelga effettivamente di non consegnare Sheikh Hasina, rischia di avere delle significative ripercussioni sugli equilibri regionali dell’intera Asia meridionale.




