di Giuseppe Gagliano

La cronaca degli scontri a Gopalganj, con quattro morti e decine di feriti, va ben oltre la dimensione di un conflitto locale. È il segno di un Bangladesh in pieno smottamento politico, dove la caduta di Sheikh Hasina ha innescato una spirale di violenze che minaccia la fragile transizione promessa dal governo ad interim.

Le immagini di sostenitori dell’Awami League che attaccano la polizia e incendiano veicoli mentre il National Citizens Party, nuova formazione guidata da studenti, marcia per “ricostruire la Nazione” mostrano un Paese lacerato. Hasina, storica leader e simbolo di una delle due dinastie che hanno dominato per decenni la politica bengalese, è oggi un fantasma politico rifugiato in India e condannato in contumacia. Il suo avversario, Muhammad Yunus, premio Nobel e leader di un governo di transizione, promette riforme e nuove elezioni. Ma le accuse di repressione e polarizzazione minano la credibilità di questa promessa.

Il Bangladesh ha sempre oscillato tra due blocchi familiari: l’Awami League di Hasina e il Bangladesh Nationalist Party di Khaleda Zia. Oggi, però, la comparsa di un terzo polo, il NCP, potrebbe cambiare la mappa politica. Il problema è che la transizione sta avvenendo in un contesto di violenza diffusa e di sfiducia nelle istituzioni.

Le tensioni a Gopalganj hanno anche un alto valore simbolico: lì riposa Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore della nazione e padre di Hasina, assassinato nel 1975. Ogni scontro in questa regione assume un peso che va oltre la cronaca, diventando un messaggio politico.

La crisi bengalese ha implicazioni che vanno oltre i confini del Paese. L’India, storico alleato di Hasina, osserva con apprensione temendo instabilità ai propri confini orientali. La Cina, che ha investito pesantemente in infrastrutture bengalesi come parte della Belt and Road Initiative, teme che il caos possa rallentare i progetti strategici nel Golfo del Bengala. E gli Stati Uniti, già impegnati nel contenere Pechino nella regione indo-pacifica, guardano al Bangladesh come un potenziale alleato o come un nuovo punto caldo in uno scacchiere già complesso.

La promessa di Yunus di elezioni “credibili” entro aprile sarà il banco di prova. Ma la violenza nelle strade e l’incapacità di contenere le tensioni etniche e politiche fanno temere che la transizione possa deragliare. La vera sfida sarà trasformare il Bangladesh in un sistema più inclusivo, evitando di ripetere il ciclo di vendette e repressioni che ha caratterizzato la sua storia recente.