
di Giuseppe De Santis –
Alcuni anni fa il Belgio aveva deciso di chiudere i propri reattori nucleari, ritenuti costosi e rischiosi. Tuttavia, l’aumento del prezzo del petrolio, aggravato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, ha spinto i legislatori belgi a rivedere la propria posizione. Il Parlamento ha infatti deciso di sospendere lo smantellamento degli impianti, riconoscendo che l’energia nucleare può proteggere l’economia nazionale da futuri shock energetici.
Una prima fase del piano prevede la nazionalizzazione dei reattori, attualmente gestiti dalla società francese Engie. Secondo il governo, i rischi legati alla gestione di queste infrastrutture sarebbero troppo elevati per un operatore privato, rendendo necessario il controllo diretto dello Stato.
Resta però aperta la questione dell’età degli impianti. Dei sette reattori presenti nel Paese, solo due sono attualmente operativi. L’esecutivo intende prolungarne l’attività, mentre per gli altri cinque, già spenti, si ipotizza una possibile riattivazione, subordinata a rigorose verifiche di sicurezza.
In passato il nucleare copriva circa il 60% del fabbisogno energetico del Belgio; oggi questa quota è scesa al 40%. La riapertura degli impianti potrebbe invertire la tendenza, aumentando nuovamente il contributo dell’energia atomica.
Il cambio di rotta del Belgio non rappresenta un caso isolato. In tutta Europa si registra un rinnovato interesse per il nucleare, considerato una fonte in grado di garantire energia a basse emissioni e maggiore stabilità rispetto alle fluttuazioni dei prezzi degli idrocarburi.











