Bielorussia. Ivan Tertel, il mediatore dell’intelligence che agevola i contatti sulla crisi ucraina

di Giuseppe Gagliano

Nel 2025, mentre il conflitto ucraino resta bloccato tra logoramento militare e stallo politico, una delle figure più attive nei canali di comunicazione informali non siede a Bruxelles, Washington o Mosca. Siede a Minsk. Ivan Tertel, capo del Comitato per la Sicurezza dello Stato della Bielorussia, il KGB bielorusso, è diventato uno snodo silenzioso ma centrale dei contatti tra apparati di intelligence che, ufficialmente, continuano a guardarsi come nemici.
Non è un ruolo improvvisato né casuale. La Bielorussia occupa una posizione ambigua e per questo preziosa: alleata strutturale della Russia, retrovia militare dell’invasione del 2022, ma anche Paese che conserva legami storici, individuali e operativi con l’Ucraina e che, soprattutto, non ha mai reciso del tutto i canali con l’occidente. In questa zona grigia si muove Tertel.
Secondo fonti specializzate del mondo dell’intelligence, Tertel funge da punto di contatto principale tra servizi che, almeno sul piano pubblico, non dialogano: russi, ucraini, americani, britannici, francesi. Non tavoli negoziali formali, ma canali tecnici, scambi di messaggi, verifiche, sondaggi. È la diplomazia dei servizi, quella che precede e spesso prepara la diplomazia ufficiale.
Tertel non lo nasconde. Nelle sue dichiarazioni pubbliche dell’autunno 2025 rivendica apertamente il ruolo del KGB bielorusso nel mantenere aperti i canali, parlando di “negoziati calmi” e di compromessi come unica via d’uscita. Parole insolite per un capo dei servizi di sicurezza, ma coerenti con la strategia di Aleksandr Lukashenko: tornare utile, quindi inevitabile.
Il dato più interessante è il dialogo con gli Stati Uniti. Minsk e Washington non hanno normalizzato le relazioni, né sembrano intenzionate a farlo nel breve periodo. Eppure parlano. Parlano attraverso l’intelligence, che consente di separare i dossier: niente legittimazione politica del regime, ma cooperazione selettiva su dossier considerati prioritari, a partire dall’Ucraina.
In questo quadro Tertel riferisce ad Alexander Lukashenko di proposte americane, esplora margini, verifica disponibilità. Non decide, ma filtra. Non media in senso classico, ma rende possibile la mediazione. È una funzione che ricorda più la Guerra fredda che il XXI secolo, e che proprio per questo funziona.
Il rapporto con l’Ucraina resta il più delicato. Minsk è vista come corresponsabile dell’aggressione russa, ma allo stesso tempo è uno dei pochi attori in grado di garantire discrezione, continuità e assenza di clamore. Non a caso, dal 2022 la Bielorussia ha facilitato scambi di prigionieri e contatti umanitari. Nulla di risolutivo, ma abbastanza per mantenere un filo.
Tertel insiste su un punto: senza incontri diretti e concessioni reciproche, non ci sarà soluzione. È una constatazione ovvia, ma pronunciata da chi lavora quotidianamente con gli apparati che gestiscono la guerra, non con i comunicati stampa.
C’è un elemento che rende la figura di Tertel ancora più emblematica: è sanzionato dall’Unione Europea dal 2020 per la repressione interna. Formalmente un paria, sostanzialmente uno degli uomini più ricercati nei contesti negoziali. Il paradosso non è nuovo: nella storia dei conflitti, i capi dei servizi finiscono spesso per diventare interlocutori indispensabili proprio perché non devono rispondere a un elettorato né a un’agenda pubblica.
Nel complesso, l’ascesa di Tertel racconta una verità scomoda. La Bielorussia, isolata e sanzionata, non è uscita dalla partita ucraina. Ha cambiato ruolo. Da semplice appendice militare di Mosca a potenziale intermediario tecnico, utile a tutti e amato da nessuno. Non è ancora una piattaforma negoziale, ma è uno spazio di passaggio.
Se e quando il conflitto entrerà in una fase di vero negoziato, difficilmente Minsk sarà il luogo delle firme. Ma è molto probabile che molte delle frasi decisive siano già passate, o passeranno, dal telefono di Ivan Tertel. In silenzio. Come sempre accade quando la politica ufficiale non è ancora pronta a dire ciò che l’intelligence ha già capito.