di Giuseppe Gagliano –
La liberazione di 250 prigionieri in Bielorussia non va letta come il segnale di una conversione politica di Aleksandr Lukashenko né come l’inizio di una reale liberalizzazione del regime. Va letta, più freddamente, per ciò che è: una trattativa. Un baratto politico in cui il potere bielorusso cede una quota di repressione per ottenere in cambio ossigeno economico, alleggerimento finanziario e soprattutto riapertura di un canale con Washington. Reuters riferisce che il rilascio del 19 marzo, il più consistente finora, è avvenuto nell’ambito di un’intesa con gli Stati Uniti, che hanno accettato di allentare ulteriormente alcune sanzioni.
È questo il dato più brutale e più rivelatore. In Bielorussia il prigioniero politico non è soltanto il prodotto della repressione: è diventato anche uno strumento di negoziazione internazionale. Il regime arresta, condanna, isola e poi, quando serve, rilascia. Non per mutare natura, ma per monetizzare la detenzione sul piano geopolitico. Tra i liberati figurano nomi altamente simbolici come Marfa Rabkova e Valiantsin Stefanovic, figure legate a Viasna, una delle principali organizzazioni per i diritti umani del Paese. La stessa Viasna stimava prima di queste scarcerazioni che in Bielorussia vi fossero ancora oltre 1.100 prigionieri politici.
Dal lato americano il messaggio è altrettanto chiaro. L’amministrazione Trump sembra aver scelto un approccio più transazionale: meno moralismo pubblico, più scambio diretto. L’inviato John Coale ha lasciato intendere che, se tutti i prigionieri politici rimasti saranno liberati entro la fine del 2026, Washington potrebbe arrivare a rimuovere l’intero pacchetto di sanzioni imposto dopo la repressione del 2020. Intanto gli Stati Uniti hanno già allentato le misure contro due banche bielorusse, il ministero delle Finanze e, secondo altre ricostruzioni, anche contro grandi soggetti del comparto della potassa. Non è un cedimento ideologico: è realismo strategico. Gli Stati Uniti vogliono capire se Minsk possa essere almeno parzialmente sottratta all’abbraccio totale di Mosca o, più realisticamente, resa meno dipendente da esso.
Qui sta il cuore geopolitico della vicenda. Lukashenko resta un alleato stretto di Vladimir Putin, ma non ha mai smesso del tutto di coltivare margini di autonomia tattica. Il regime bielorusso sa di essere strategicamente subordinato alla Russia, ma sa anche che una dipendenza assoluta lo trasformerebbe in una semplice appendice del Cremlino. Per questo ogni finestra aperta con l’Occidente viene sfruttata non tanto per cambiare campo, quanto per aumentare il proprio potere contrattuale. Minsk non vuole rompere con Mosca; vuole ricordare a Mosca che possiede ancora una limitata ma reale capacità di manovra. Ed è precisamente questa ambiguità che interessa a Washington.
L’alleggerimento delle sanzioni non è un dettaglio tecnico. Colpisce due nervi vitali dello Stato bielorusso: il settore finanziario e la potassa. Quest’ultima è una leva essenziale dell’export nazionale e una delle principali fonti di entrata del regime. Quando gli Stati Uniti sanzionano o desanzionano la potassa bielorussa, non stanno soltanto mandando un segnale politico: stanno intervenendo sulla capacità del potere di produrre valuta, finanziare fedeltà interne e mantenere in equilibrio il proprio sistema. Il punto, dunque, non è soltanto umanitario. È geoeconomico. Lukashenko sta trasformando parte della repressione in liquidità politica e in respiro economico.
Il fatto che alcuni prigionieri siano stati liberati non cambia la natura del sistema. Lo stesso Coale ha dichiarato di aver chiesto esplicitamente a Lukashenko di smettere di arrestare nuovi oppositori. È una frase molto importante, perché rivela il problema di fondo: il regime non sta smontando l’apparato repressivo, sta solo modulandone l’uso. In altre parole, non siamo davanti alla fine della repressione, ma a una sua amministrazione selettiva in funzione diplomatica. Sviatlana Tsikhanouskaya, infatti, ha accolto positivamente le liberazioni, ma ha ricordato che molte persone restano ancora in carcere e che l’obiettivo resta la fine dell’intero sistema repressivo.
C’è poi un altro elemento che pesa sul calcolo di Minsk: il 12 marzo la Corte penale internazionale ha aperto un’indagine su presunti crimini contro l’umanità commessi dalle autorità bielorusse, in particolare in relazione alla deportazione e persecuzione di oppositori. È un passaggio cruciale perché sottrae la questione bielorussa alla sola dialettica sanzioni-dialogo e la porta anche sul terreno della responsabilità penale internazionale. In questo quadro, le liberazioni di massa assumono anche il valore di una mossa difensiva: alleggerire la pressione politica esterna, mostrare un gesto “umanitario” e tentare di migliorare la posizione negoziale del regime mentre cresce il rischio giudiziario.
Dal punto di vista strategico, dunque, non siamo davanti a un disgelo nel senso classico del termine. Siamo davanti a una convergenza tattica tra due attori che non si fidano l’uno dell’altro ma che intravedono un vantaggio immediato nello scambio. Lukashenko vuole denaro, respiro economico, legittimazione esterna e un margine ulteriore rispetto a Putin. Gli Stati Uniti vogliono risultati visibili, liberazione di detenuti, canale diretto con Minsk e forse qualche spiraglio per complicare la piena integrazione bielorussa nello spazio strategico russo. Nessuno dei due, però, ha davvero cambiato natura. Uno resta un regime autoritario che usa la repressione come leva di governo. L’altro resta una potenza che usa i diritti umani anche come strumento di pressione selettiva.
Il paradosso è semplice. Più Lukashenko reprime, più accumula merce di scambio da usare quando gli serve negoziare. Ma più la usa, più mostra all’Occidente che il problema non è episodico: è strutturale. Perciò queste liberazioni sono al tempo stesso una buona notizia sul piano umano e una cattiva notizia sul piano politico. Buona, perché centinaia di persone tornano libere. Cattiva, perché conferma che in Bielorussia la libertà non è ancora un diritto: è una concessione trattabile, inserita dentro una contabilità fredda di potere, sanzioni e sopravvivenza del regime.




