di Giuseppe Gagliano –

La Bielorussia ha rafforzato la presenza militare lungo il confine con l’Ucraina, mentre la Lettonia ha intensificato le misure di sicurezza alla frontiera con Minsk per contrastare i flussi migratori irregolari. Sul fianco orientale dell’Europa si consolida così un quadro caratterizzato da pressione militare, controllo delle frontiere e confronto ibrido tra Russia, Bielorussia e Paesi della NATO.

Il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha definito difensivo il dispiegamento di reparti speciali, ma lo schieramento obbliga Kiev a mantenere uomini e mezzi lungo il confine settentrionale, riducendo le risorse disponibili sugli altri fronti del conflitto. Anche senza un coinvolgimento diretto nelle operazioni, Minsk continua quindi a sostenere indirettamente la strategia militare russa.

La Bielorussia non sembra intenzionata ad aprire un nuovo fronte, sia per i limiti delle proprie forze armate sia per il timore delle conseguenze interne di un coinvolgimento diretto nella guerra. Proseguono tuttavia esercitazioni, trasferimenti di reparti e potenziamento delle infrastrutture militari, mantenendo elevata la capacità operativa del territorio e dimostrando la fedeltà di Lukashenko a Mosca.

Sul fronte occidentale, la Lettonia ha impiegato gas lacrimogeni e sparato un colpo di avvertimento per respingere un gruppo di migranti provenienti dalla Bielorussia. Riga, insieme a Polonia e Lituania, continua ad accusare Minsk e Mosca di utilizzare i flussi migratori come strumento di pressione politica e di destabilizzazione nei confronti dell’Unione europea, accuse che Bielorussia e Russia respingono.

La crescente militarizzazione delle frontiere comporta costi rilevanti per gli Stati coinvolti, chiamati a investire in sorveglianza, infrastrutture, personale e sicurezza, con ripercussioni sulle economie locali e sulle regioni di confine. Anche la Bielorussia paga un prezzo crescente, rafforzando la propria dipendenza economica, energetica e militare dalla Russia.

Il confine tra Ucraina, Bielorussia, Polonia e Paesi baltici si configura ormai come una fascia permanente di confronto, nella quale attività militari, migrazioni, operazioni informative e pressioni politiche si intrecciano. Più che il rischio di un’invasione immediata, a preoccupare è la possibilità che un incidente o un errore di valutazione possa provocare una nuova escalation regionale.