di Giuseppe Gagliano –
Il posizionamento del sistema missilistico ipersonico russo Oreshnik in Bielorussia rappresenta molto più di un semplice rafforzamento militare. È un messaggio politico e strategico rivolto all’Ucraina, alla NATO e soprattutto, agli Stati Uniti. Con una gittata dichiarata fino a 5mila chilometri e la capacità di trasportare testate convenzionali o nucleari, l’Oreshnik estende verso ovest la profondità strategica russa e riduce i tempi di reazione degli avversari. La scelta della Bielorussia, già piattaforma logistica dell’invasione del 2022, consolida Minsk come avamposto militare avanzato di Mosca.
Dal punto di vista militare, l’Oreshnik incarna una deterrenza a più livelli. Non è solo l’arma in sé a contare, ma l’ambiguità che introduce: ogni lancio potenziale lascia aperta l’incertezza sulla natura della testata. Questa ambiguità complica il calcolo dell’avversario e rafforza la strategia russa di pressione psicologica. Le dichiarazioni di Mosca sulla presunta impossibilità di intercettare il missile, anche se accolte con scetticismo da parte di alcuni analisti, fanno parte di una narrazione volta a ristabilire una superiorità tecnologica percepita.
Per Minsk l’ingresso in servizio dell’Oreshnik sancisce una perdita ulteriore di autonomia strategica. La Bielorussia diventa non solo retrovia, ma parte integrante del sistema di deterrenza russo. Dopo lo schieramento di armi nucleari tattiche, l’arrivo di un missile ipersonico a medio raggio rafforza l’idea di un’integrazione militare irreversibile. Questo espone il Paese a un rischio crescente, trasformandolo in un obiettivo prioritario in caso di escalation.
In parallelo al dispiegamento missilistico, gli attacchi contro i porti di Odessa, Pivdennyi e Chornomorsk mostrano un’altra dimensione della strategia russa: colpire l’economia ucraina. Anche quando i porti restano operativi, il danno è duplice. Da un lato, infrastrutture civili e navi commerciali vengono colpite; dall’altro, aumenta il costo assicurativo e logistico delle esportazioni. Per un Paese che dipende in modo cruciale dall’export agricolo, ogni attacco ai porti del Mar Nero è un colpo diretto alla sostenibilità economica della guerra.
La crescente intensità degli scontri nel Mar Nero indica che il fronte marittimo è diventato centrale. La Russia cerca di riaffermare il controllo delle rotte e di limitare la capacità ucraina di mantenere corridoi commerciali vitali. L’Ucraina, dal canto suo, ha dimostrato di poter colpire asset navali russi anche a distanza. Il risultato è una guerra di logoramento in cui il mare non è più solo uno spazio di transito, ma un campo di battaglia strategico.
Il dispiegamento dell’Oreshnik e gli attacchi a Odessa vanno letti come parti di un’unica comunicazione strategica. Mosca segnala di essere pronta ad alzare il livello della deterrenza mentre continua a esercitare una pressione costante sul terreno. È un modo per ricordare che il conflitto non è confinato all’Ucraina orientale, ma ha implicazioni regionali e globali. La combinazione di armi avanzate e attacchi mirati all’economia suggerisce una strategia che punta a stancare l’avversario e i suoi sostenitori, più che a ottenere una vittoria rapida.
Nel complesso, la mossa russa rafforza uno scenario di escalation controllata. Nessun passo sembra pensato per provocare uno scontro diretto con la NATO, ma ogni azione riduce i margini di sicurezza e aumenta la tensione strutturale. L’Oreshnik in Bielorussia e Odessa sotto attacco sono due facce della stessa strategia: deterrenza ad alta intensità e guerra economica a bassa intensità, intrecciate in un conflitto che continua a ridefinire gli equilibri europei.




