di Alberto Galvi

Il prossimo 14 settembre, durante la 75ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unitte, ci sarà un confronto sul seggio destinato alla Birmania, ovvero se il diritto di rappresentanza spetterà alla giunta militare o al governo di unità nazionale.

Attualmente il paese è rappresentato da Kyaw Moe Tun, che ricopre la carica dal 2020, uomo del governo di unità nazionale, il quale lo scorso 26 febbraio ha chiesto ai paesi membri dell’Onu di non riconoscere o legittimare il golpe militare del 1 febbraio.

La presa di potere da parte dell’esercito birmano ha innescato forti proteste, ed i parlamentari espulsi come il consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint del partito NLD (National League for Democracy) si sono uniti ai gruppi etnici, ad eccezione dei Rohingya, per formare un governo di unità nazionale in opposizione a quello della giunta militare.

La decisione finale sulla rappresentanza al seggio di Myanmar avverrà in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, se necessario mediante votazione, ma la questione coinvolge grandi potenze come Cina e Usa. Il Comitato per le credenziali delle Nazioni Unite, che prenderà la decisione iniziale, includerà quasi sicuramente Cina, Russia e Usa tra i suoi nove membri.

Russia e Cina sono stati molto efficaci nell’usare il loro veto nel Consiglio di sicurezza contro un eventuale intervento nella crisi di Myanmar, ma nel Comitato per le credenziali non avranno potere di veto. Gli Usa hanno condannato il colpo di Stato, sanzionando i leader e i gli interessi economici della Birmania.

Nonostante il sostegno di molti Stati, difficilmente il governo di unità nazionale potrà assicurarsi il seggio al Palazzo di vetro, in quanto all’Assemblea generale si richiede una maggioranza di due terzi dei 193 Stati membri.