di Daniele Priori –
Quando il 21 luglio il Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (PIC) si riunirà per scegliere il prossimo Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina (BiH), i suoi membri cercheranno di superare settimane di stallo che hanno messo in evidenza visioni profondamente diverse sul futuro dei Balcani occidentali. Invece di presentarsi con una posizione comune, le principali potenze europee si sono divise in schieramenti contrapposti su come la Bosnia-Erzegovina debba essere governata quasi trent’anni dopo gli Accordi di Pace di Dayton.
Da un lato vi sono Italia e Stati Uniti, che sostengono il veterano della diplomazia italiana Antonio Zanardi Landi e ritengono che l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) debba avviare un percorso di riforme istituzionali volto a restituire gradualmente maggiori competenze alle istituzioni democraticamente elette della Bosnia-Erzegovina.
Dall’altro lato vi sono Francia, Germania e Regno Unito, che appoggiano il diplomatico francese René Troccaz, candidato favorevole al mantenimento dello status quo e coinvolto in passato in controversie legate al suo sostegno a gruppi islamisti radicali.
Il disaccordo ha impedito al PIC di raggiungere un consenso durante le riunioni di giugno e luglio, lasciando il diplomatico statunitense Louis Crishock a svolgere le funzioni di Alto Rappresentante ad interim mentre proseguono i negoziati.
L’impasse ha inoltre posto la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni al centro di un dibattito sempre più rilevante sulla politica estera europea. Il sostegno dell’Italia a Zanardi Landi riflette un più ampio tentativo di ridefinire la politica occidentale nei confronti della Bosnia-Erzegovina, privilegiando le riforme rispetto all’immobilismo. L’opposizione di Parigi e Berlino ha invece trasformato quella che normalmente sarebbe una semplice procedura amministrativa in uno scontro su chi debba orientare la politica europea nei Balcani.
Al centro della controversia vi è una domanda irrisolta sin dalla fine della guerra in Bosnia: per quanto tempo la Bosnia-Erzegovina dovrà rimanere sottoposta a una supervisione internazionale straordinaria?
L’Ufficio dell’Alto Rappresentante fu istituito dagli Accordi di Pace di Dayton come organismo temporaneo incaricato di garantire l’attuazione dell’accordo di pace. A quasi trent’anni di distanza, tuttavia, continua a esercitare poteri senza precedenti sulle istituzioni politiche della Bosnia-Erzegovina.
Attraverso i cosiddetti Poteri di Bonn, l’Alto Rappresentante può annullare leggi approvate dai governi democraticamente eletti, imporre nuove normative e destituire funzionari pubblici senza alcun controllo giudiziario. Questo potere è stato esercitato quasi 200 volte, spesso nei confronti di esponenti politici cristiani della Bosnia-Erzegovina.
I critici sostengono che l’OHR abbia progressivamente ampliato il proprio mandato ben oltre gli obiettivi originari, sostituendo il compromesso politico con decisioni imposte da funzionari internazionali che, secondo tali osservatori, favoriscono frequentemente i musulmani bosgnacchi a scapito delle comunità cristiane del Paese.
Queste preoccupazioni si sono intensificate durante il mandato dell’ex Alto Rappresentante Christian Schmidt. Sotto la sua guida, l’OHR è intervenuto direttamente nel sistema giuridico e politico della Bosnia-Erzegovina, modificando il codice penale della Republika Srpska e interrompendo i finanziamenti destinati al principale partito politico dell’entità serbo-bosniaca.
Jasmin Mujanović, del New Lines Institute, ha esteso le sue critiche dall’OHR all’intero impianto degli Accordi di Dayton, affermando:
«A causa degli ampi meccanismi di blocco e dei diritti di veto incorporati nel sistema di Dayton, teoricamente concepiti per favorire la condivisione del potere, piccoli attori settari dispongono di notevoli capacità di paralizzare il funzionamento delle istituzioni e di ostacolare le riforme del sistema».
Nel frattempo, Max Primorac, ricercatore senior della Heritage Foundation, richiama l’attenzione sui consolidati rapporti tra esponenti politici bosgnacchi e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana, rapporti che, a suo giudizio, si sarebbero consolidati sotto il sistema dell’OHR e degli Accordi di Dayton. Secondo Primorac, ciò dimostrerebbe che le debolezze irrisolte dell’attuale assetto istituzionale comportano implicazioni di sicurezza ben più ampie.
Molti leader politici cristiani della Bosnia-Erzegovina hanno condiviso queste richieste di riforma istituzionale, sostenendo che l’attuale sistema non abbia saputo affrontare le istanze politiche delle comunità serbo-ortodosse e croato-cattoliche, tutelando invece prevalentemente gli interessi dei musulmani bosgnacchi.
In questo più ampio confronto politico, la competizione diplomatica si è ormai ridotta a due candidati, sostenuti da schieramenti favorevoli a strategie profondamente differenti.
Antonio Zanardi Landi, sostenuto da Italia e Stati Uniti, è considerato dai suoi sostenitori un diplomatico di grande esperienza regionale. I suoi incarichi come ambasciatore italiano in Serbia e Montenegro, Russia e presso la Santa Sede lo renderebbero la figura ideale per guidare una graduale transizione verso una maggiore responsabilità delle istituzioni democraticamente elette della Bosnia-Erzegovina.
Attraverso questa scelta, gli Stati Uniti puntano inoltre a riaffermarsi come uno dei principali garanti del futuro dei Balcani dopo anni di minore coinvolgimento. Considerata la vicinanza geografica dell’Italia, Washington avrebbe fatto affidamento sul governo Meloni per costruire un consenso tra gli altri partner europei.
Francia, Germania e Regno Unito si sono invece schierati a favore del diplomatico francese René Troccaz. Tuttavia, Troccaz non gode di un significativo sostegno all’interno della Bosnia-Erzegovina, poiché molti leader cristiani ritengono che le sue passate posizioni favorevoli a movimenti islamisti lo rendano inadatto a gestire i delicati equilibri etnici del Paese. Inoltre, i suoi critici temono che possa ostacolare riforme considerate necessarie, lasciando irrisolti i problemi di stagnazione economica.
Se la coalizione formata da Italia e Stati Uniti riuscirà a convincere gli ultimi Paesi ancora indecisi, il voto di martedì prossimo potrebbe offrire a Giorgia Meloni e Donald Trump l’opportunità di imprimere un nuovo slancio alla politica europea nei confronti dei Balcani.
L’esito della votazione del 21 luglio rappresenterà un indicatore importante per comprendere se i governi responsabili dell’attuazione degli Accordi di Dayton condividano ancora una visione comune sul futuro della Bosnia-Erzegovina.
La decisione influenzerà inoltre il ruolo futuro dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante: se continuerà a operare come strumento di supervisione internazionale oppure se inizierà una graduale transizione verso funzioni più limitate.
Per la Bosnia-Erzegovina, questa nomina rappresenta un nuovo capitolo nel dibattito sulla sovranità nazionale, sulla riforma costituzionale e sull’equilibrio tra la tutela della comunità internazionale e la responsabilità delle istituzioni democraticamente elette.




