di Giuseppe Gagliano –

La Bosnia-Erzegovina torna a essere epicentro di tensioni etniche e istituzionali. La decisione del Parlamento della Republika Srpska di convocare, il 25 ottobre, un referendum sulla destituzione del presidente Milorad Dodik non è un atto isolato, ma il culmine di una lunga crisi politica. Condannato a un anno di carcere e sei anni di ineleggibilità per aver rifiutato le decisioni dell’Alto rappresentante internazionale, Dodik respinge le accuse e denuncia una “giustizia politica” pilotata da potenze straniere.

La sua risposta non è quella del compromesso, ma della sfida. Il leader serbo promette un “grande no” al referendum e agita un’arma ancora più pericolosa: se la volontà popolare non sarà rispettata, non esclude un nuovo voto, questa volta sull’indipendenza della Republika Srpska.

Gli Accordi di Dayton, firmati quasi trent’anni fa, avevano messo fine alla guerra ma non sanato le fratture. La Bosnia resta uno Stato a geometria variabile, diviso tra la Federazione croato-bosniaca e la Republika Srpska. Il ruolo del rappresentante internazionale, concepito per vigilare sull’equilibrio, è oggi percepito a Banja Luka come un’ingerenza permanente.

Il rifiuto dell’autorità di Christian Schmidt, il diplomatico tedesco che guida l’ufficio, è più di una protesta giuridica: rappresenta il tentativo dei serbi di Bosna di emanciparsi da un sistema che considerano imposto dall’Occidente. Ma questa emancipazione rischia di trasformarsi in secessione, destabilizzando non solo Sarajevo, ma l’intera regione balcanica.

Dodik non è solo. Belgrado osserva con attenzione e simpatia le sue mosse, mentre Mosca fornisce una sponda politica per indebolire l’influenza euro-atlantica nei Balcani. In questo quadro, il referendum non è soltanto una questione interna alla Bosnia: diventa un banco di prova per l’equilibrio tra Russia e Occidente in una delle regioni più delicate d’Europa.

Per Bruxelles e Washington, la destabilizzazione della Bosnia avrebbe effetti diretti: riaprirebbe la ferita dei Balcani e offrirebbe al Cremlino una carta geopolitica da giocare contro l’Europa. Per Belgrado, invece, rappresenterebbe l’occasione di rafforzare la propria influenza sulla Republika Srpska, in un contesto di crescente tensione anche con il Kosovo.

Sul piano economico, l’instabilità si traduce in isolamento. La Bosnia-Erzegovina, già uno degli Stati più fragili e poveri d’Europa, rischia di allontanarsi dai percorsi di integrazione europea e di perdere attrattività per gli investitori. La sola prospettiva di un referendum indipendentista aumenta i costi del credito, alimenta la fuga di capitali e indebolisce le infrastrutture energetiche e commerciali.

In una regione che ambisce a diventare crocevia di corridoi energetici e logistici tra Mediterraneo e Danubio, la crisi politica blocca ogni progetto. E lascia spazio a penetrazioni esterne: Russia e Cina, attraverso investimenti mirati, potrebbero rafforzare la loro presa approfittando della paralisi istituzionale e delle difficoltà finanziarie.

Il voto del 25 ottobre è dunque molto più di un pronunciamento sulla figura di Dodik. È il momento in cui si misurerà la tenuta dello Stato bosniaco e la credibilità della comunità internazionale. Se i serbi di Bosnia useranno il referendum per respingere l’autorità del rappresentante internazionale, la prospettiva di uno Stato unitario diventerà ancora più remota.

In tal caso Sarajevo potrebbe perdere definitivamente la capacità di imporsi sulla Republika Srpska, mentre le tensioni etniche rischierebbero di riaccendersi. La Bosnia, nata fragile e mai consolidata, potrebbe ritrovarsi sull’orlo di un nuovo collasso politico e istituzionale.