di Giuseppe Gagliano –

In Bosnia-Erzegovina le elezioni raramente sorprendono: al massimo confermano. La ripetizione parziale del voto nella Repubblica Srpska doveva servire a ripulire il risultato dalle irregolarità di novembre. È finita per ripulire soprattutto la legittimità politica di chi aveva già vinto. Sinisa Karan, uomo di fiducia di Milorad Dodik e candidato del partito di governo, si è ripreso la presidenza della regione serbo-bosniaca e ha rivendicato continuità piena con la linea separatista.

Il copione è noto. Si vota, si denunciano brogli, si rivotano alcuni seggi, rivince più o meno lo stesso campo politico. Cambiano le date, non gli equilibri. La ripetizione ha riguardato una fetta limitata dell’elettorato, 136 seggi e circa 85 mila votanti. Numeri piccoli ma politicamente pesanti, perché il risultato precedente era stato ravvicinato. Alla fine, però, non hanno ribaltato nulla.

Karan ha parlato di ripartenza con più vigore dopo 23 anni di politiche sulla stessa linea. Che tradotto dal politichese balcanico significa: autonomia spinta, resistenza alle riforme centrali, messaggi continui su autodeterminazione e sovranità della Repubblica Srpska. Non è uno scarto rispetto a Dodik, è la sua prosecuzione per interposta persona.

Lo sfidante, Branko Blanusa, professore universitario e volto nuovo, ha ammesso la sconfitta ma denunciato acquisto di voti e ingegneria elettorale. Nei Balcani questa formula è diventata quasi un genere letterario: metà denuncia politica, metà rassegnazione preventiva. Il problema è che quando tutti gridano ai brogli, la fiducia nel voto si consuma un pezzo alla volta.

Il dato più interessante sta sullo sfondo. Dodik è stato rimosso e bandito dalla politica per aver sfidato decisioni dell’inviato internazionale e della Corte costituzionale. In teoria, un colpo al separatismo. In pratica, il suo sistema politico resta in piedi. Cambia il volto, non la linea. È la dimostrazione che in Bosnia le sanzioni personali non sempre scalfiscono le reti di potere costruite in anni di controllo istituzionale e consenso identitario.

La presidenza della Repubblica Srpska è in gran parte cerimoniale, ma nei Balcani anche le cariche simboliche servono a tenere alta la bandiera politica. Ogni dichiarazione, ogni gesto, ogni ricorrenza diventa un messaggio a Sarajevo, a Bruxelles e a Washington: la Bosnia resta uno Stato unico più sulla carta che nella testa di molti suoi leader.

Il vero nodo è strutturale. La Bosnia-Erzegovina è un Paese disegnato per fermare una guerra, non per costruire una nazione coesa. Due entità autonome, un governo centrale debole, veti incrociati, rappresentanze etniche. Un sistema che garantisce equilibrio minimo e paralisi massima. In questo contesto, chi spinge sul tasto identitario parte avvantaggiato.

Per l’Unione Europea la vicenda è l’ennesimo promemoria: parlare di allargamento ai Balcani occidentali mentre uno dei Paesi chiave resta bloccato da tensioni interne è un esercizio di ottimismo politico. Bruxelles chiede riforme, ma le riforme richiedono fiducia reciproca. E la fiducia, a Sarajevo come a Banja Luka, è merce rara.

Sul piano geopolitico, ogni vittoria del fronte nazional-separatista in Repubblica Srpska viene letta anche in chiave di influenza esterna. La regione è uno dei punti dove si incrociano interessi russi, europei e americani. Non serve complottismo: basta osservare che una Bosnia fragile è più permeabile a pressioni e alleanze alternative.

Alla fine, la domanda resta sempre la stessa: la Bosnia è uno Stato che cerca di funzionare o un equilibrio che cerca di non saltare? La vittoria di Karan suggerisce la seconda. Si va avanti per inerzia, rinviando il momento delle scelte vere. Nei Balcani funziona così: la storia non esplode sempre, ma borbotta a fuoco lento. E quando tutti si abituano al rumore, smettono di sentire il pericolo.