di Giuseppe Gagliano –
Bruxelles prende tempo sul divieto permanente alle importazioni di petrolio russo. La Commissione europea ha deciso di presentare la proposta il 15 aprile, pochi giorni dopo le elezioni ungheresi del 12 aprile, in una mossa che appare tutt’altro che tecnica: il calendario diventa uno strumento politico per evitare che il dossier energetico influenzi direttamente la campagna elettorale di Viktor Orbán.
L’obiettivo dell’Unione europea è trasformare l’attuale riduzione delle importazioni russe in una rottura strutturale e irreversibile, sottraendola alla logica delle sanzioni temporanee legate alla guerra in Ucraina. In questo modo Bruxelles punta a rendere definitivo il distacco energetico da Mosca, anche nel caso di un futuro accordo di pace.
Se per gran parte dell’Unione il petrolio russo è ormai marginale, Ungheria e Slovacchia restano ancora legate alle forniture via oleodotto Druzhba. Per questi Paesi la fine definitiva delle importazioni comporterebbe costi economici, adattamenti logistici e possibili ricadute industriali, mostrando le difficoltà di applicare una politica energetica uniforme in un’Europa con infrastrutture e dipendenze molto diverse.
Il voto ungherese del 12 aprile è osservato con attenzione anche a Bruxelles. Orbán ha costruito la propria narrativa politica opponendo la difesa degli interessi nazionali alle pressioni europee, ma la crescita dell’opposizione guidata dal partito Tisza di Peter Magyar segnala un cambiamento nell’elettorato. Una sconfitta del premier aprirebbe nuovi spazi per la linea europea; una sua vittoria con margini ridotti lo renderebbe comunque un interlocutore più debole nei negoziati con l’Unione.
Nel frattempo la Commissione starebbe valutando una base giuridica che consenta l’approvazione della misura a maggioranza qualificata, evitando così il veto di Ungheria e Slovacchia. Sarebbe un passaggio istituzionale rilevante, perché ridurrebbe il potere di blocco dei governi dissidenti su alcune decisioni strategiche.
Il dossier energetico si intreccia inoltre con un’altra partita: l’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea. Per Bruxelles, un eventuale indebolimento della posizione ungherese potrebbe facilitare l’integrazione graduale di Kiev nelle strutture politiche europee.
Dietro la misura energetica emerge quindi un progetto più ampio: definire l’assetto dell’Europa nel dopoguerra, riducendo definitivamente i legami con la Russia, accelerando l’uscita dal gas russo entro il 2027 e rafforzando la coesione strategica dell’Unione.
Il bando sul petrolio russo diventa così molto più di una decisione energetica. È una prova di forza tra Bruxelles e Budapest, tra centralizzazione europea e sovranità nazionale, che punta a stabilire chi detterà davvero le regole nell’Europa della guerra prolungata.




