di Giuseppe Gagliano

Dal 1 gennaio 2026 la Bulgaria dirà addio al lev per entrare ufficialmente nell’eurozona. Una decisione che Bruxelles e la Banca Centrale Europea salutano come una vittoria geopolitica e una conferma del percorso europeo di Sofia. Ma nelle strade della capitale l’entusiasmo è molto meno evidente.

Da settimane migliaia di manifestanti gridano “No all’euro”, temendo che l’adozione della moneta unica, in un Paese già provato dall’inflazione, provochi un ulteriore rincaro dei prezzi e colpisca i risparmi delle famiglie. I sondaggi parlano chiaro: quasi la metà dei bulgari si dichiara contraria a questo “salto nell’ignoto”.

Per i fautori del cambio, l’euro è molto più che una valuta: è un simbolo di appartenenza all’occidente e un baluardo contro le ingerenze russe nei Balcani. In un’epoca segnata dalle tensioni con Mosca e dal ritorno delle logiche di blocco, Bruxelles vede nella Bulgaria un tassello strategico. Ma dietro i discorsi sull’integrazione europea si cela un’altra realtà: quella di un Paese fragile, con un tessuto economico esposto e una società divisa tra l’aspirazione all’Europa e la paura di perdere ciò che resta della propria sovranità.

La transizione è stata preparata a lungo. Il lev bulgaro è ancorato all’euro da anni, e la macchina amministrativa è pronta. Ma le ferite della crisi economica e la diffidenza verso le élite politiche locali rischiano di trasformare un passo tecnico in una frattura sociale.

L’euro porterà stabilità e investimenti, come promettono Bruxelles e Francoforte? O finirà per alimentare nuove disuguaglianze e frustrazioni, come accaduto in altri Paesi periferici della moneta unica?

La Bulgaria non ha una “clausola di opt-out” come il Danimarca e non può tirarsi indietro senza scontrarsi con Bruxelles. Ma la domanda resta: è davvero pronta a pagare il prezzo di un matrimonio che, per metà della popolazione, sembra combinato più dall’alto che dal basso?