di Guido Keller –

Dal 1 gennaio 2026 la Bulgaria diventerà il 21mo Stato ad adottare l’euro. Una svolta storica che, tuttavia, divide profondamente l’opinione pubblica in quello che resta il Paese più povero dell’Unione Europea.

Secondo i critici l’ingresso nella moneta unica rischia di tradursi in un aumento dei prezzi e di accentuare l’instabilità economica, colpendo soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione. Timori alimentati da una memoria ancora viva: quella dell’iperinflazione degli anni ’90, che aveva eroso risparmi e potere d’acquisto.

Di segno opposto le argomentazioni dei sostenitori dell’euro, convinti che la moneta unica possa dare impulso all’economia, attrarre investimenti e rafforzare l’ancoraggio del Paese all’occidente, riducendo al contempo l’influenza della Russia in un’area geopoliticamente sensibile.

La spaccatura emerge chiaramente anche dai dati. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro, il 49% dei bulgari si dichiara contrario all’adozione dell’euro, una percentuale che segnala scetticismo e incertezza diffusa.

In realtà il legame con la moneta europea è già forte da tempo. Dopo la crisi inflazionistica degli anni ’90, la Bulgaria aveva ancorato la propria valuta prima al marco tedesco e poi all’euro, rendendo di fatto il sistema monetario nazionale dipendente dalle decisioni della Banca centrale europea. Entrata nell’Ue nel 2007, Sofia è approdata nella cosiddetta “sala d’attesa” dell’euro nel 2020, contemporaneamente alla Croazia, che ha poi completato il percorso nel 2023 diventando l’ultimo Paese ad adottare la moneta unica.

Ora anche per la Bulgaria il traguardo è fissato. Resta però aperta la sfida più complessa: convincere una popolazione divisa, con già accese proteste di piazza, che l’euro rappresenti non solo un simbolo di integrazione europea, ma un reale miglioramento delle condizioni economiche quotidiane.