Burkina Faso. Confermato il tentato golpe: le autorità burkinabè accusano l’intervento esterno

di Giuseppe Gagliano

L’ennesimo tentativo di colpo di Stato denunciato a Ouagadougou dice molto più di quanto racconti la cronaca. Secondo le autorità burkinabè, un complotto per assassinare il capo della giunta militare, il capitano Ibrahim Traoré, sarebbe stato organizzato e finanziato dall’estero, in particolare dalla Costa d’Avorio. L’accusa, grave e politicamente esplosiva, arriva in un momento in cui il Sahel è diventato uno dei principali teatri della competizione geopolitica globale.
A rendere pubblica la vicenda è stato il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana, che in un intervento televisivo ha parlato di un piano “sofisticato”, preparato dall’ex uomo forte del Paese, il tenente colonnello Paul Henri Damiba, deposto nel colpo di Stato del settembre 2022. Secondo la versione ufficiale, l’operazione prevedeva l’eliminazione fisica di Traoré, seguita da attacchi coordinati contro altre istituzioni e figure chiave civili e militari.
Le autorità hanno diffuso anche un video che mostrerebbe i presunti cospiratori mentre discutono modalità e tempi dell’attentato, incluso l’uso di esplosivi nella residenza del capo dello Stato. Sana ha parlato di finanziamenti esteri – circa 125 mila dollari – e di un piano per neutralizzare la base di lancio dei droni prima di un eventuale intervento straniero. Arresti sono stati effettuati, ma il numero resta imprecisato.
Finora né Damiba né Abidjan hanno commentato ufficialmente le accuse. Ed è proprio questo silenzio a rendere la vicenda ambigua. Da un lato, la storia recente del Burkina Faso è segnata da colpi di Stato ripetuti e da lotte intestine all’apparato militare; dall’altro, l’attribuzione sistematica di complotti a potenze straniere rischia di diventare uno strumento politico interno, utile a consolidare il potere della giunta e a delegittimare ogni opposizione.
Non è la prima volta che Ouagadougou punta il dito contro la Costa d’Avorio. Già in aprile, il governo aveva denunciato un tentativo di golpe orchestrato da militari e “leader terroristici” basati oltre confine. In quel caso, l’obiettivo dichiarato sarebbe stato quello di trascinare il Paese nel caos per poi sottoporlo alla supervisione di un organismo internazionale.
A 37 anni Traoré gode ancora di un sostegno popolare significativo, alimentato da una narrazione panafricanista e da un discorso apertamente critico verso l’influenza occidentale. Questa postura gli ha garantito visibilità e consenso ben oltre i confini nazionali, ma gli è valsa anche accuse di autoritarismo. Arresti arbitrari, restrizioni ai media e repressione del dissenso sono regolarmente denunciati da osservatori locali e internazionali.
Il paradosso è evidente: mentre il potere militare si presenta come baluardo della sovranità nazionale, il controllo effettivo dello Stato si riduce sotto la pressione jihadista.
Il Burkina Faso è oggi uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo jihadista. Secondo il Global Terrorism Index, nel 2023 e 2024 Ouagadougou ha registrato il numero più alto di vittime civili al mondo, superando persino Afghanistan e Iraq. Circa il 40 per cento del territorio sarebbe fuori dal controllo governativo.
Sul piano geopolitico, il Paese ha rotto con i tradizionali partner occidentali, in particolare la Francia, e si è avvicinato alla Russia. Insieme a Mali e Niger, ha lasciato la ECOWAS e dato vita all’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), un blocco che rivendica autonomia strategica e rifiuta le pressioni per un ritorno rapido al governo civile.
Che il complotto denunciato sia reale o amplificato, il messaggio politico è chiaro: il Burkina Faso vive in uno stato di instabilità permanente, dove la minaccia interna e quella esterna si sovrappongono. Le accuse alla Costa d’Avorio riflettono un deterioramento dei rapporti regionali e una radicalizzazione delle posture politiche nel Sahel. In questa cornice, il rischio è che la lotta al terrorismo, la competizione tra potenze e la fragilità degli Stati si alimentino a vicenda, trasformando il cuore dell’Africa occidentale in un laboratorio di crisi senza uscita immediata.