Burkina Faso. La guerra invisibile che divora il Sahel

di Giuseppe Gagliano –

Nel Burkina Faso la guerra non è più soltanto uno scontro tra esercito e gruppi jihadisti. È diventata una battaglia per il controllo delle comunità, dei villaggi e della vita quotidiana. I nuovi attacchi attribuiti al gruppo Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimeen, legato ad al Qaeda, confermano una strategia che punta a colpire non solo lo Stato ma il tessuto sociale che ne sostiene la presenza. Esecuzioni di civili, rapimenti di donne e distruzione di negozi e infrastrutture di telecomunicazione indicano una tattica precisa: isolare le popolazioni, punire i villaggi sospettati di collaborare con le milizie filogovernative e diffondere una paura permanente.
Gli episodi registrati nel Nord e nell’Est del Paese seguono una logica militare chiara. Il gruppo jihadista prende di mira comunità ritenute vicine ai Volontari per la Difesa della Patria, le milizie locali che affiancano l’esercito nelle operazioni di controinsurrezione. Il messaggio è duplice: dimostrare che lo Stato non è in grado di proteggere i suoi sostenitori e costringere le comunità rurali a scegliere tra sottomissione e distruzione. Il sequestro di donne vicino a Sollé, le esecuzioni a Titao e l’assalto a Manni fanno parte della stessa strategia che mira a privare lo Stato del sostegno umano prima ancora che del controllo territoriale.
Sul piano militare il vantaggio di JNIM deriva dalla mobilità. I gruppi jihadisti non devono presidiare stabilmente il territorio: basta dimostrare di poter apparire ovunque, colpire rapidamente e scomparire. La giunta militare di Ouagadougou, al contrario, è costretta a difendere città, strade, caserme, mercati e reti di comunicazione. È la dinamica tipica della guerra asimmetrica. Gli attacchi alle telecomunicazioni servono a rallentare la risposta delle forze di sicurezza e a rafforzare la percezione di abbandono tra i civili. In questo modo i jihadisti conquistano tempo, iniziativa e capacità di intimidazione.
Dopo il colpo di Stato del 2022 la giunta aveva promesso di ristabilire la sicurezza, ma la situazione resta fragile. Il ricorso massiccio alle milizie di autodifesa ha ampliato la presenza locale del potere ma ha esposto le comunità a rappresaglie sistematiche. Quando lo Stato delega una parte della guerra a formazioni territoriali ottiene un vantaggio immediato ma trasforma interi villaggi in possibili bersagli. La distinzione tra civili e combattenti si assottiglia e con essa si indebolisce la legittimità della controinsurrezione.
Il Burkina Faso non è un caso isolato ma uno dei fronti centrali della crisi saheliana. In questa regione si intrecciano la debolezza degli Stati, la fragilità delle frontiere e la competizione tra potenze esterne mentre il jihadismo assume sempre più una dimensione territoriale. JNIM opera lungo un corridoio che unisce Mali, Burkina Faso e Niger, sfruttando confini porosi e vaste aree prive di amministrazione statale. Se il Burkina Faso continuerà a perdere terreno, la pressione verso i Paesi costieri del Golfo di Guinea rischia di aumentare.
La guerra ha anche un impatto economico devastante. Villaggi incendiati, commercianti uccisi e mercati chiusi riducono la circolazione delle merci, fanno aumentare i prezzi e accrescono la dipendenza dagli aiuti umanitari. Quando le donne devono uscire da villaggi assediati per cercare legna da ardere significa che l’economia minima della sopravvivenza è già in crisi. In questo vuoto cresce il potere di chi controlla la violenza e la vita quotidiana delle comunità.
Le denunce di organizzazioni per i diritti umani sottolineano che molti degli attacchi contro civili possono configurare crimini di guerra. Tuttavia il richiamo al diritto internazionale rischia di restare insufficiente senza una strategia politica e regionale più efficace. Il problema del Burkina Faso non è soltanto umanitario o giudiziario ma riguarda il progressivo indebolimento della sovranità statale in vaste aree del Paese.
Il punto decisivo è che JNIM non sta soltanto colpendo civili ma sta mettendo alla prova la capacità di resistenza dello Stato burkinabé. Se la risposta continuerà a basarsi soprattutto sulla militarizzazione e sull’espansione delle milizie locali, il rischio sarà un’ulteriore spirale di violenza e rappresaglie. Se invece lo Stato non riuscirà a ristabilire protezione, giustizia e servizi nelle aree periferiche, il jihadismo continuerà a presentarsi come l’unico potere realmente presente. È questo il vero dramma del Sahel: non l’avanzata improvvisa di un gruppo armato, ma il lento arretramento dello Stato.